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Teramo all’alba, il volto della solitudine: persone a dormire tra i giardini e piazza Garibaldi

di Giancarlo Falconi
2 minuti

Un’immagine di profonda desolazione umana quella che si presentava questa mattina, all’alba, nel cuore di Teramo.

Tra i giardini pubblici e piazza Garibaldi una decina di persone dormivano all’aperto, alcune sulle panchine, altre direttamente negli spazi pubblici. Una fotografia che racconta prima di tutto fragilità, marginalità e una città che continua a fare i conti con situazioni di disagio ormai sempre più visibili.

Per una delle persone presenti, in evidente stato di alterazione psicofisica, è stato necessario anche l’intervento dei soccorritori della Croce Rossa. Non riusciva ad alzarsi autonomamente e, nel tentativo di sostenersi, si teneva stretto a un palo della pubblica illuminazione quasi fosse un appoggio indispensabile per non cadere.

Una scena che non può essere liquidata soltanto come un problema di decoro urbano.

C’è certamente il tema dell’assistenza sociale, della presa in carico delle persone più fragili e della necessità di offrire percorsi concreti a chi vive per strada o attraversa situazioni di dipendenza. Ma esiste anche un’altra questione, altrettanto evidente: chi deve controllare il rispetto delle ordinanze contro il consumo e l’abuso di alcolici in determinate aree pubbliche?

Le ordinanze, quando vengono emanate, hanno senso soltanto se accompagnate da controlli, prevenzione e presenza sul territorio. Altrimenti rischiano di restare semplicemente parole scritte su un foglio.

Il problema non si risolve spostando una persona da una panchina o allontanandola da una piazza. Servono servizi sociali, forze dell’ordine, Polizia locale, strutture sanitarie e associazioni capaci di lavorare insieme. Ma serve anche far rispettare le regole, soprattutto nei luoghi dove il consumo eccessivo di alcol finisce per trasformarsi in un pericolo per chi beve e per chi frequenta quegli stessi spazi.

Questa mattina piazza Garibaldi non raccontava soltanto una città sporca o disordinata. Raccontava qualcosa di più difficile da guardare: persone rimaste ai margini e un sistema che, almeno in quelle ore, sembrava incapace di intercettarle prima che fosse necessario chiamare un’ambulanza.

La domanda, allora, resta aperta: chi deve intervenire prima che il disagio diventi emergenza?

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