I tempi erano cambiati ma rimaneva sempre un Dalit. Il capo del villaggio era stato molto chiaro, senza mai nominare quel concetto - Dalit, intoccabile.
Suo nonno si era occupato dello scuoiamento delle carcasse e della pulizia dei pozzi neri. Suo padre aveva per quarant'anni curato l'accensione delle pire per gli animali e per gli altri Dalit morti.
Avevano entrambi avuto la stima di tutti, erano sempre saputi stare, con rispetto e deferenza, al loro posto.
Ora a lui, Hashish, spettava quasi di diritto un piccolo passaggio di categoria, era diventato papà anche lui. Si sarebbe occupato della pulizia delle vie del villaggio e della rimozione dei rifiuti dalle case del centro. Era stato però ammonito: la frequentazione delle case più nobili e ricche doveva avvenire solo negli orari consentiti, ed avrebbe dovuto scostarsi al passaggio delle persone di casta superiore senza attendere un ordine in tal senso.
A suggello di quel passaggio di rango, il capo del villaggio gli aveva concesso di prendere dei teli di cellophane di grammatura pesante direttamente dai magazzini della sua fabbrica che ormai produceva per tutto il mercato del subcontinente e dava lavoro a metà degli uomini liberi del villaggio.
Hashish era tornato da sua moglie Noora contento e orgoglioso, con i grossi rotoli di cellophane che riempivano il vecchio carrozzino che avevano ricevuto in regalo per il loro matrimonio e che serviva anche come loro unico mezzo di trasporto. Quel vecchio carrozzino inglese, robusto e grosso, si era rivelato molto utile per percorrere i 6 km di sterrato che li separavano dal pozzo artesiano dall'altra parte del villaggio. Si trattava di un tragitto necessario quando durante la stagione secca il grande serbatoio d'acqua che serviva il loro slum si riempiva di lunghi e grossi vermi bianchi, un biglietto in prima classe per una seria dissenteria e il rischio di morte per disidratazione.
Il nuovo lavoro gli permise di farsi un'idea dell'universo sopra la sua non-casta, oltre la sua condizione di non-uomo.
Poco più in là dello slum in cui viveva con altre 5.000 famiglie, dopo il rivolo della grande fogna che portava le acque reflue giù a valle verso il fiume, c'era una fascia di baracche in muratura col tetto in ondulato fermato da grossi mattoni forati. Qualcuna di quelle baracche si sviluppava anche su due piani, poche avevano anche un balconcino sostenuto da tubi di ferro. Hashish, lavorando in mezzo a quella parte di villaggio, popolata da piccoli bottegai, riparatori di biciclette e commercianti di tessili, aveva varcato il confine con una nazione in cui vivevano regole e principi completamente nuovi. Alcuni erano più poveri, altri erano riusciti a guadagnarsi una certa agiatezza - immancabilmente segnalata dall’antenna tv sul tetto di ondulato e dalla Hero-Honda 100cc parcheggiata davanti la porta di casa.
Quello che colpiva Hashish, però, non era tanto il benessere materiale. Tenendo un'opportuna distanza, e facendo a volte finta di concentrarsi sulla pulizia meticolosa di un cortile o di uno slargo, ascoltava i dialoghi di quella gente così distante dal suo pianeta Dalit.
"Trenta rupie è troppo poco per dieci litri del mio latte, Raj" - diceva un contadino senza nemmeno scendere dal suo vecchio motocarro Piaggio-Bajaj a tre ruote. "Le mie vacche sono le più belle e sane del villaggio, se non me ne dai almeno quaranta, faccio 2km e li vado a dare per cinquanta in centro"
"Mi cominci a prendere per la gola, Abhjieet" - rispondeva il bottegaio. “Vieni qua, facciamo 35 rupie. Tu ti risparmi un viaggio a vuoto e io non mando sul lastrico i miei clienti"
"Sei un manigoldo, Raj. Lo faccio solo perché ormai sei un cliente affezionato. Mettici tre lecca-lecca per i miei figli pero"
"Gli cadranno i denti a quei poveri bambini, Abhij!"
Hashish cominciava a percepire la profonda differenza con il suo mondo in cui non esistevano diritti, meriti e compensi e tutto era un dono grazioso di qualche essere superiore a cui tributare eterna gratitudine e muto, deferente rispetto.
Tutti quelli a cui era permesso vivere oltre il rivolo della grande cloaca maneggiavano il denaro, e misuravano con questo il valore dei loro servizi o dei loro beni. Il denaro li faceva entrare in un mondo in cui i diritti erano in un certo senso equalizzati, ed era rimesso alle abilità e alla voglia di lavorare di ciascuno la possibilità di costruirsi un futuro migliore.
Dalla sua parte del mondo, invece, si riceveva cibo, solo cibo, il più delle volte cibo marcio e scadente. Questo cibo non era un compenso per il lavoro pur duro che loro Dalit erano chiamati a svolgere. Era solo il prezzo che il mondo doveva a malincuore pagare per mantenere in vita questi maleodoranti e neri servitori. Senza cibo sarebbero morti, e fogne e i cortili sarebbero rimasti intasati e sporchi, vacche morte sarebbero rimaste a marcire sulla strada.
= = =
Erano stati chiamati in 30, Hashish e sua moglie erano tra quei trenta. Gli avevano promesso un litro di latte a testa, e due confezioni di biscotti, oltre a sei uova. Anil, il loro figliolino di ormai 6 anni aveva bisogno di proteine e calorie ed erano stati felici di accettare quel compito gravoso e straordinario.
Un’ala della villa del capo del villaggio era letteralmente sprofondata nel fango. Una voragine si era aperta nel terreno dopo giorni e giorni di abbondante pioggia. Mancavano all’appello tre dei servitori della grande casa, e dovevano essere recuperati degli oggetti preziosi e la cassaforte con l’impressionante corredo di ori della signora. Avevano scavato e spalato terra fango e macerie per 20 ore consecutive, ed erano riusciti a creare un varco che li aveva portati nel perimetro della villa che era rimasto, praticamente intatto, sprofondato sotto tre metri di fango e detriti. Hashish e Noora erano tra i più poveri del gruppo dei trenta, ed erano stati gli ultimi a lasciare la villa. Noora era sporca fino ai capelli, che le scendevano ai lati delle guance incollati a grandi ciocche nere e coperti di grumi di fango solidificato. Era sfinita, non ce la faceva quasi nemmeno a camminare, e una brutta ferita al braccio sinistro aveva creato sul suo lacero sari rivoli di sangue che si mischiavano rapidamente al fango e creavano chiazze bronzo scuro.
Si era guadagnato dei meriti, Hashish, e dopo aver ritirato la busta di plastica con le vivande frutto di quella giornata di lavoro pericoloso e febbrile, aveva chiesto al domestico che faceva la distribuzione dei compensi se si potevano sciacquare alla fonte interna al giardino della villa.
“il padrone è uscito, e io non sono autorizzato a farvi passare dall’altra parte del giardino” era stata la sua risposta. Hashish gli aveva mostrato Noora e la sua profonda ferita, ma quello, dopo aver consegnato i sacchetti agli ultimi due neri e sporchi Dalit, aveva girato i tacchi ed era rientrato nella parte intatta dell’edificio
Fuori dalla loro capanna, avevano trovato Anil addormentato con la testa poggiata su un cartone. Respirava tranquillo ed ogni tanto parlava e sorrideva nel sonno. “Gli dei ti sono vicini” pensò Hashish.
Il giorno dopo si erano svegliati ed avevano festeggiato con un’abbondante colazione. Si era attardato con Noora e il piccolo Anil, che ad un certo punti gli aveva chiesto
“Papà, quanto dura una vita?”
Avvicinò il suo capo al petto e gli disse
“Ascolta i battiti del mio cuore piccolo. Una vita dura fino a che il cuore batte”.
“Ma quante volte batte il cuore?”
“Il cuore batte 70 volte al minuto Anil”.
Si era poi avviato, di nuovo a cercare qualche lavoro da fare oltre il grande canale.
Al suo ritorno, Noora gli era corsa incontro allarmata e confusa. Anil doveva aver bevuto l'acqua del serbatoio, era stato male tutto il giorno ed aveva vomitato in continuazione. A sera era ormai impossibile dargli da mangiare e da bere.
Per tutto il giorno successivo Hashish era rimasto nella sua capanna accanto ad Anil, tentando di farlo bere imboccandolo con un cucchiaio. A notte fonda non dava più segni di vita, ed era caduto in un torpore da cui era impossibile svegliarlo. Il suo respiro si era fatto rapido e affannoso, e solo a tratti si destava in un lamento delirante che subito si ricomponeva in una sonno malsano.
Hashish era corso a cercare aiuto svegliando, strattonando e interpellando tutti i capifamiglia del grande slum di Kolhapur. Tutti lo avevano guardato tristi, allargando le braccia e scuotendo il capo.
Era tornato alla sua capanna sconfitto e disperato. Si era inginocchiato a fianco di Noora davanti l’immaginetta di Shiva. Pregava e piangeva, poi scuoteva Anil che rispondeva solo con deboli reazioni muscolari, poi tornava ad inginocchiarsi, strapparsi i capelli. Usciva ed entrava dalla capanna, aveva cominciato a piovere, una pioggia calda e fitta che in breve aveva inzuppato le stuoie che coprivano il terreno. Sfinito e disperato, si era addormentato. Poco prima di chiudere gli occhi, Noora finalmente quieta e con una tristezza che non aveva mai visto gli aveva detto di calmarsi, che se gli dei si volevano prendere il loro piccolo, non c’era nulla che loro potevano fare.
= = =
Aveva sentito la sua mano leggera che gli carezzava il petto. “Papà, ho fame! Svegliati Papà, ho fame!” – se lo era trovato davanti che il cielo cominciava a schiarire. Smunto, smagrito, con i capelli sporchi e bagnati, ma un cenno di sorriso e gli occhi di nuovo vivi.
Abbracciò il suo burattino in carne ed ossa e lo strinse a sé per un istante. Si lanciò fuori dalla capanna. Corse fino alla zona delle case in mattoni. Un bottegaio stava iniziando ad esporre i suoi prodotti fuori dalla sua casa-negozio.
“Sahaab, la prego, si tratta del mio bambino. Datemi qualcosa da mangiare per lui. Verrò al lavoro da voi per i prossimi due giorni, farò tutto quello che vi serve”
“Vai via, mangiapane a tradimento!” – “sono uno che lavora, io, che credi che sono qui a cambiare aria? Vai via o ti faccio battere come un mulo”
Hashish fece finta di andarsene e quando quello rientrò per fare un altro carico di merce, afferrò al volo una scatola di biscotti e un tubo di latte condensato. Corse via come il vento e quello non potè far altro che urlargli dietro la sua rabbia.
Dopo aver succhiato soddisfatto mezzo tubetto di latte condensato, il piccolo Anil riprese il suo normale attivismo verbale: “Papà, lo so quanto dura una vita” – aveva detto ad un certo punto
Si era concentrato, aveva preso un bastoncino di legno e aveva tracciato un numero sul terreno ancora bagnato e argilloso
“ 2.391.480.000”
“Questi sono i battiti del cuore di una vita intera, papà”
Dichiarò il piccolo Anil, tutto fiero.
Commenta
Commenti