Non ho la fortuna di conoscere Daron Acemoglu, ma se lo osservo parlare da uno dei suoi video postati su youtube è come se fosse un vecchio amico. Anzi, sono convinto che se lo incontrassi, magari per una birra nella hall di qualche albergo di una delle capitali o sottocapitali del nostro piccolo pianetino, sono sicuro che mi ci troverei in piena sintonia intellettuale e umana.
Daron nasce nel settembre 1967 nella Istanbul colta, mercantile ma comunque devota (all’Islam – moderato) del quartiere di Galatasarai. Dopo il liceo sotto casa, Daron è andato a studiare a Londra alla London School of Economics per poi diventare professore di economia al MIT – il mitico Massachussets Institute of Technology.
Della tesi di dottorato di Daron, uno dei suoi esaminatori, il Prof. James Malcomson, disse “la tesi di Acemoglu è formata da sette capitoli, (…) e anche il più “debole” di questi è da solo più che sufficiente per dargli il PhD.”
Oggi Daron Acemoglu è tra i primi dieci economisti al mondo per referenze e citazioni. In un suo recente libro “Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity and Poverty”, scritto in collaborazione con James A. Robinson, Daron introduce il concetto di “Istituzioni inclusive” e “Istituzioni estrattive”, dimostrando, con una serie di esempi tratti anche dal passato, che le prime sono generatrici di prosperità economica e sviluppo mentre le seconde sono degli organismi saprofiti che drenano, asciugano e si appropriano di beni economici prodotti dal contesto sociale nel quale si trovano.
A cosa state pensando? Procediamo con ordine.
Daron parte dall’osservazione della disparità tra prosperità, crescita e povertà che esiste al mondo. La Norvegia, il Paese più ricco del mondo con un reddito medio pro capite di oltre 68.000 euro è circa 500 (cinquecento) volte più ricco del Burundi, che ha un reddito pro capite di circa 136 euro l’anno.
Perché questa disparità? Questa è una delle domande centrali in economia.
Nel loro testo “Why Nations Fail”, Acemoglu e Robinson non escludono i fattori classici dello sviluppo economico: l’introduzione di regimi agricoli ad elevata produttività, il passaggio a società stabili e stanziali con elevata specializzazione del lavoro, la presenza di un clima temperato con inverni freddi e la mancanza di focalizzazione dell’economia in una o poche risorse naturali di base che tendono, invece che ad alimentare lo sviluppo, a creare spesso condizioni di sottosviluppo, disparità nella distribuzione delle risorse, regimi tribali, stati di guerra etc.
La novità di “Why Nations Fail” sta nell’individuare il rapporto tra istituzioni economiche – definite come le istituzioni che agevolano lo sviluppo economico – e “buona politica”, definibile come l’assetto politico che favorisce lo sviluppo economico sostenibile.
Le istituzioni economiche, secondo Acemoglu, sono:
1. La protezione e la tutela dei diritti di proprietà
2. La tutela, rapida, del rispetto dei contratti tra privati e tra privati e pubblico
3. L’opportunità di investire e di mantenere il controllo dei propri investimenti
4. Il controllo dell’inflazione e dell’emissione monetaria
5. L’apertura agli scambi e l’assenza di barriere tariffarie
6. La presenza di un mercato libero e aperta competizione per beni, servizi e commercio
7. Rapporti efficienti e trasparenti con la burocrazia governativa
8. Tasse ragionevoli ed un sistema fiscale efficiente
Sarebbe troppo semplice, a questo punto, affermare che la “buona politica” è quella che crea e afferma le “buone istituzioni”. Ma è proprio quello che Acemoglu fa:
“mentre le buone istituzioni sono critiche per determinare se un paese è povero o ricco e prospero, è la politica che determina quali sono le istituzioni economiche che un paese ha”.
Questo in una traduzione letterale di un passaggio del suo libro.
Una caratteristica delle buone istituzioni è l’apertura verso il mondo esterno. Leggiamo ancora da “Why Nations Fail”:
“Le istituzioni inclusive e aperte … sono quelle che permettono ed incoraggiano la partecipazione di grandi masse di persone in attività economiche profittevoli. Tali attività permettono a queste persone di fare un uso soddisfacente e proficuo dei propri talenti e delle proprie capacità, lasciandole libere di scegliere a quali attività economiche dedicarsi e, successivamente, libere di scegliere come impiegare il frutto di tali attività”.
Quanto sopra permette alle persone di avere una buona educazione che rispetti e valorizzi le inclinazioni personali, permette loro successivamente di vedere tutelati i propri diritti di proprietà e di libertà di iniziativa. Queste istituzioni permettono a tutti di iniziare la propria attività economica, di vendere in un libero mercato i propri prodotti e servizi. Esse vedono con favore l’accumulazione di capitale privato e ancora con più favore il reinvestimento di tale capitale in attività produttive. Ovviamente, fa parte dello stimolo alla crescita la capacità di rimanere padroni delle proprie ricchezze attraverso un sistema fiscale equo, razionale e non punitivo.
Chi vive in ambienti come questo può legittimamente attendersi che, attraverso il duro lavoro, si possa avere una vita soddisfacente. Leggiamo dalla costituzione americana “Life, liberty and the pursuit of happiness”.
Per contrasto, proviamo ad immaginare quali sono le “cattive istituzioni” e cosa comportano in termini di sistema di incentivi sociali e scelte personali che poi determinano l’assetto socio-economico complessivo.
1. Scarsa protezione e tutela dei diritti di proprietà
2. Mancanza di tutela dei contratti, diseguaglianza di trattamento tra pubblico e privato
3. Scarse tutele agli investimenti
4. Emissione monetaria in mano alla politica e utilizzata a fini politici
5. Controllo degli scambi, presenza di barriere all’import e all’export
6. Mancanza di libero mercato per merci e servizi. Presenza di settori economici chiusi e tutelati
7. Burocrazia inefficiente, lenta quando non addirittura corrotta
8. Alte tasse e sistema fiscale complesso, farraginoso e inefficiente
La presenza di molte di queste “cattive istituzioni”, spesso mantenute, incoraggiate e tutelata da un sistema politico che Doran Acemoglu definisce “Estrattivo”, impedisce lo sviluppo economico autonomo e, quindi, sostenibile.
Secondo Acemoglu, le “cattive istituzioni” sono generalmente promosse da cattiva politica, che viene definita una “Istutuzione Estrattiva”.
La cattiva politica “estrattiva” si preoccupa di appropriarsi della ricchezza della comunità in cui opera ma non si preoccupa di stimolare la creazione di questa ricchezza. Anzi, a volte si preoccupa di frenare e controllare la creazione di nuova ricchezza, avendo interesse che la ricchezza possa finire in mano a soggetti che possono sviluppare spinte antagoniste.
Per estrarre risorse, la cattiva politica è chiusa al mondo esterno. Essa non si mette in discussione e non accetta di aprirsi alle istanze di dibattito e riforma che provengono dalla società. La chiusura risponde a due interessi che sono propri della cattiva politica:
1. Non ampliare il numero di persone con cui dividere ricchezza e potere, e;
2. Non disperdere il potere, per evitare di perderne il controllo.
La chiusura, coerente con una visione personalista ed in un certo senso assolutista del potere politico, consente la concentrazione dello stesso nelle mani di pochi e crea delle finzioni di apertura attraverso la cooptazione di soggetti di comprovata fedeltà solo dopo un lungo “apprendistato” e il superamento di vere e proprie prove di auto-negazione e fedeltà – tipiche, peraltro, anche delle organizzazioni mafiose.
L’assetto di tali istituzioni è impostato su un vertice che controlla strutture periferiche e sistemi vassalli che ricevono da questo protezione, tutela e vantaggi in cambio di consenso e assenso.
L’attività di “estrazione” può avvenire in vari modi:
1. Attraverso il controllo di risorse del territorio (agricole, minerarie, infrastrutturali)
2. Attraverso il controllo dell’attività economica di trasformazione ed erogazione di servizi
3. Attraverso il prelievo fiscale iniquo e finalizzato all’alimentazione delle istituzioni politiche di vertice e “vassalle”
4. Attraverso la tolleranza e a volte la difesa di sistemi burocratici inutili, inefficienti quando non palesemente parassiti
5. Mediante misure di favore e di protezione verso gruppi o classi sociali ritenuti “amici” e l’attribuzione di oneri e vincoli a gruppi ritenuti ostili o semplicemente indipendenti
Un caso tipico ed immediato di controllo delle risorse del territorio è quello esercitato dai principi sauditi sulle immense risorse petrolifere dell’Arabia Saudita.
Un caso di controllo dell’attività economica è quello che troviamo ancor oggi nella Russia di Putin, in cui tutte le aziende possono ad un bel momento essere definite “strategiche” e subire l’acquisizione del controllo da parte dello “stato”… quando non vengono espropriate per presunte violazioni delle norme fiscali (il caso della Yukos di Khodorkovskij, ma ve ne sarebbero molti altri meno importanti e meno noti). (Ovviamente nella Russia di Putin anche tutte le attività legate alle risorse del territorio sono controllate dallo stato).
Un caso di controllo “soft” attraverso un mix di prelievo fiscale iniquo e utilizzo non sociale delle risorse è quello che abbiamo ancora oggi in Italia. Da noi vi sono anche le tipiche caratteristiche del sistema politico “Estrattivo”:
1. La sordità a qualsiasi istanza di rinnovamento, riforma, economia, e
2. L’assenza di soggetti nuovi in seno ai sistemi politici dominanti (PD e PDL)
UNA SINTESI
Lo sviluppo sostenibile, secondo Doran Acemoglu, si crea quando le istituzioni politiche adottano politiche economiche pro-sviluppo e si mantengono costantemente aperte al ricambio e allo scambio con la società.
Questo scambio permette alle istituzioni politiche di essere costantemente “sfidate” dalla società civile ed economica. L’interesse della buona politica diventa, a questo punto, la promozione della crescita del benessere collettivo attraverso lo sviluppo economico. L’interesse della società civile ed economica è, più banalmente, il perseguimento di interessi economici privati. Sono questi ultimi titolari dell’onere di ricercare “lo sviluppo” e di “salire al piano di sopra” e diventare parte delle istituzioni politiche quando è richiesta una mediazione tra interessi sociali allargati e interessi dei settori economici emergenti e dei relativi protagonisti.
Una riflessione. La politica, secondo questo quadro, ha davvero poca legittimità oltre quella derivante dalla sua capacità di creare sviluppo economico sostenibile. Guardiamoci intorno, e chiediamoci quanti politici si occupino davvero di creare le condizioni per lo sviluppo economico. E quanti, invece, si occupano prevalentemente di “estrarre” utilità per loro stessi e per i loro “clan” (elettorali, familiari, amicali).
Non c’è molto altro. Almeno secondo l’amico Acemoglu.
Ah si. Una notazione importante: secondo Daron l’economia non è predittiva, ma prescrittiva. Un po’ come la medicina.
Facciamoci un’altra bella birra ghiacciata.
http://whynationsfail.com/
Commenta
Commenti