TERAMO – Il calendario della sanità pubblica teramana ha superato un altro confine difficile persino da raccontare: per un ecocolordoppler dei tronchi sovraortici bisogna arrivare fino al 27 novembre 2029.
Non settimane. Non mesi.
Tre anni, tre mesi e dodici giorni. Circa 1.200 giorni. Trentantanove mesi.
La prima domanda ai prossimi candidati a Sindaco di Teramo sarà proprio sulle liate di attesa. Tre anni, tre mesi e dodici giorni. Circa 1.200 giorni. Trentantanove mesi.
Un tempo che rischia di svuotare di significato la stessa parola prevenzione e che inevitabilmente riporta al centro l’articolo 32 della Costituzione italiana, quello che tutela la salute come «fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività».
L’esame richiesto non è un capriccio né un controllo puramente formale. L’ecocolordoppler dei tronchi sovraortici è un accertamento non invasivo utilizzato per studiare carotidi e arterie vertebrali, verificare la presenza di placche aterosclerotiche o stenosi e valutare il flusso sanguigno diretto al cervello.
Un esame che può avere un ruolo importante nella prevenzione e nella valutazione delle patologie cerebrovascolari.
E allora la domanda diventa inevitabile: che prevenzione può essere quella programmata a oltre tre anni di distanza?
Chi dispone delle possibilità economiche potrà probabilmente rivolgersi a una struttura privata e pagare di tasca propria.
Chi non può farlo?
Dovrà cercare disperatamente un’altra disponibilità nel pubblico, sperare in una cancellazione, spostarsi fuori provincia oppure attendere fino al 2029.
È qui che il diritto universale alla salute rischia di trasformarsi, nei fatti, in un diritto diverso a seconda del portafoglio del cittadino.
Il paragone può sembrare provocatorio, ma aiuta a comprendere la sproporzione. In Giappone sono diventati noti episodi in cui aziende ferroviarie si sono pubblicamente scusate per ritardi di pochi secondi o minuti.
A Teramo stiamo parlando di 1.200 giorni.
Nel frattempo si progettano nuovi ospedali, si cercano centinaia di milioni di euro, si discutono finanziamenti, mutui, localizzazioni e grandi opere.
Tutto necessario.
Ma resta il problema del contenuto: personale, organizzazione, diagnostica, prestazioni e soprattutto tempi di accesso compatibili con le necessità dei pazienti.
Perché un ospedale nuovo può essere moderno, efficiente dal punto di vista energetico e perfetto dal punto di vista architettonico. Ma se un cittadino deve aspettare fino al 27 novembre 2029 per un esame, la vera emergenza è già davanti ai nostri occhi.
Quella data non è più soltanto un appuntamento sul calendario. È diventata il simbolo di una distanza: quella tra il diritto alla salute scritto nella Costituzione e il tempo reale che oggi viene chiesto a un cittadino di aspettare.
E quando l’attesa arriva a 1.200 giorni, non siamo più davanti a un semplice ritardo.
Siamo davanti a una sanità che rischia di arrivare dopo il paziente.
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