"Viviamo in un tempo in cui ciò che non funziona trova sempre spazio per essere raccontato.
È giusto che sia così: gli errori vanno riconosciuti, le criticità affrontate e i problemi risolti.
Molto più raramente, però, ci fermiamo a parlare di ciò che funziona.
Diamo per scontata la professionalità, la competenza, la gentilezza.
Come se fossero semplicemente il minimo indispensabile. Come se chi ogni giorno svolge il proprio lavoro con dedizione, responsabilità e umanità non meritasse di essere ringraziato perché, in fondo, “sta solo facendo il proprio dovere”.
Io non credo sia così.
Credo che il bene, quando c’è, debba essere riconosciuto. Credo che le persone che fanno la differenza nella vita degli altri meritino di essere nominate.
Credo che la gratitudine abbia valore solo quando trova il coraggio di essere espressa.
È per questo che ho deciso di scrivere questa lettera.
Per ringraziare il Reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’Ospedale Mazzini di Teramo.
Non soltanto per la professionalità che ho incontrato, che considero indiscutibile, ma per qualcosa di ancora più raro: l’umanità.
Nel corso degli ultimi anni ho avuto modo di conoscere da vicino questa realtà, prima come paziente e successivamente come studentessa di Medicina.
Due prospettive diverse, che mi hanno permesso di osservare lo stesso luogo da entrambi i lati della scrivania.
Da paziente ho trovato professionisti capaci di guardare oltre una diagnosi, oltre una cartella clinica, oltre un referto.
Ho trovato persone.
Persone che hanno saputo esserci nei momenti in cui una parola pronunciata nel modo giusto può alleggerire un peso enorme.
Persone che hanno compreso che prendersi cura non significa soltanto curare.
Desidero ringraziare la Dott.ssa Carbone per la sua competenza, la sua lucidità e la sua determinazione.
Ci sono momenti nella vita in cui le parole di un medico assumono un peso enorme. Momenti in cui una stanza, una conversazione e pochi minuti possono cambiare il modo in cui una persona guarda al proprio futuro.
Ricordo ancora quel colloquio, quello della dimissione.
Eppure, in un momento così delicato, riuscì in qualcosa che considero straordinario: uscii da quella stanza sconvolta, certamente, ma non disperata. Mi trasmise serenità, fiducia e prospettive. Mi fece comprendere che, nonostante tutto, esisteva ancora un futuro da guardare.
Credo che questa sia una qualità rara. Perché curare significa affrontare la malattia, ma aiutare una persona a non perdere la speranza significa prendersi cura della sua vita nella sua interezza.
Un grazie sincero al Direttore, il Dott. Santarelli.
Nei momenti più concitati e difficili riuscì a trasmettermi una serenità che sembrava impossibile trovare. Ricordo ancora la sua capacità di farmi entrare in sala operatoria con un sorriso.
Può sembrare un dettaglio piccolo. In fondo è soltanto un sorriso.
Ma chi ha vissuto certe situazioni sa che non esistono dettagli piccoli.
Chi lavora in ospedale forse non immagina quanto possa essere terapeutico un sorriso nel momento giusto. Quanto possa alleggerire una paura. Quanto possa restituire umanità a un momento dominato dall’incertezza.
Un ringraziamento speciale va poi alla caposala Ersilia, presenza costante e autentico punto di riferimento del reparto.
Ci sono persone che riescono a farti sentire accolta semplicemente con il loro modo di esserci. Persone che, con discrezione e naturalezza, diventano un riferimento nei momenti più fragili.
Per me Ersilia è stata questo.
Una persona di rara umanità, sempre presente con dolcezza, disponibilità e attenzione verso ogni paziente. Una di quelle figure che contribuiscono a rendere un reparto non soltanto efficiente, ma profondamente umano.
E infine la Dott.ssa Di Legge, che ancora oggi mi accompagna nel percorso di follow-up.
Chi vive un’esperienza oncologica sa bene che i controlli non sono semplici visite.
Sono giorni di attesa, pensieri che ritornano, ansie silenziose e paure che, anche quando il tempo passa, non scompaiono mai del tutto.
Negli ultimi anni di visite ne ho fatte molte e continuo a farne molte. Ogni volta arrivano il magone, l’ansia, quella sensazione difficile da spiegare che accompagna l’attesa di un controllo.
Eppure c’è una cosa che non smette di sorprendermi.
Nonostante questo reparto rappresenti il luogo in cui ho vissuto alcuni dei momenti più difficili della mia vita, ogni volta che torno qui provo un sentimento che potrebbe sembrare paradossale: sono felice di esserci.
Sono felice di rivedere questi corridoi.
Sono felice di salutare le infermiere, le ostetriche, le OSS, le dottoresse.
Sono felice di ritrovare persone che, senza forse rendersene conto fino in fondo, hanno contribuito a rendere più sopportabile un percorso che altrimenti sarebbe stato molto più difficile.
E credo che questo dica più di qualsiasi altra cosa.
Perché trasformare un luogo che potrebbe essere associato soltanto alla paura in un luogo in cui una persona si sente accolta, ascoltata e compresa non è qualcosa che si insegna nei libri.
È il risultato dell’umanità con cui si sceglie di svolgere il proprio lavoro ogni giorno.
E lei, con una sensibilità e una delicatezza fuori dal comune, riesce ogni volta a rendere questi momenti più leggeri.
Accoglie le preoccupazioni dei pazienti senza mai minimizzarle e restituisce serenità a chi arriva con il cuore già colmo di timori.
È una qualità che per un paziente può fare una differenza enorme.
Da studentessa di Medicina ho avuto poi il privilegio di osservare questo reparto da una prospettiva diversa.
Ho visto l’impegno che si nasconde dietro ogni visita, ogni decisione, ogni parola rivolta a una paziente.
Ho visto responsabilità enormi, ritmi incessanti, difficoltà organizzative che spesso chi si trova dall’altra parte non può immaginare.
Ho visto professionisti che continuano a lavorare ben oltre ciò che appare, portando sulle proprie spalle il peso di decisioni importanti e la responsabilità della salute e della vita di tante persone.
E proprio per questo il mio rispetto è cresciuto ancora di più.
Perché ho compreso quanto lavoro, quanta dedizione e quanta energia siano necessarie per garantire ogni giorno assistenza, cura e presenza a centinaia di pazienti.
Per questo oggi sento il dovere di raccontare la mia esperienza.
Non per parlare della malattia.
Ma per parlare delle persone.
Perché alla fine ciò che resta non sono soltanto le diagnosi, gli interventi o i percorsi terapeutici.
Restano i volti.
Restano le parole.
Resta il modo in cui qualcuno ci ha fatto sentire in uno dei momenti più fragili della nostra vita.
E credo che esista una forma di eccellenza che non si vede nei numeri e non compare nelle statistiche.
È quella che si manifesta quando un paziente si sente visto prima ancora che visitato, ascoltato prima ancora che curato.
È quella che permette a una persona di entrare in un reparto con la paura nel cuore e di uscirne con un po’ più di forza per affrontare ciò che verrà.
A volte i medici curano.
A volte salvano.
Ma esistono persone che fanno qualcosa di ancora più raro: aiutano qualcuno a ritrovare la capacità di immaginare il proprio domani quando sembra impossibile farlo.
Se oggi continuo a studiare Medicina, a guardare avanti e a coltivare il sogno di diventare un giorno una ginecologa, è anche grazie alle persone che ho incontrato in questo reparto.
Per questo, a tutti voi, va la mia più profonda stima e la mia infinita gratitudine.
Con riconoscenza,
Lettera firmata
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