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Teramo. Sanità, il dolore di una figlia: «Mia madre immobilizzata dal Parkinson, ci riducono anche l'assistenza per l'igiene»

di Giancarlo Falconi
4 minuti

Siamo stanchi di dover riportare continue notizie sui tagli alla assistenza domiciliare in provincia di Teramo e in Abruzzo. Dopo la scellerata riforma sulle cooperative e sulle competenze territoriali si è aperto un vero e proprio mercato con un abbassamento del livello e della qualità assistenziale. E poi i tagli per ragioni di bilancio che colpiscono sempre e solo le persone al limite della sopravvivenza. Sarà una nostra battaglia sociale.

Leggete  questa storia.

Una madre costretta a letto da oltre tre anni, una figlia che ogni giorno cerca di garantirle assistenza e dignità, un sistema sanitario che, anziché alleggerire il peso di una condizione già drammatica, secondo la famiglia finisce per complicarla ulteriormente. È una testimonianza dolorosa quella affidata alla nostra redazione da una donna che denuncia quella che definisce una crescente indifferenza nei confronti delle persone malate e dei loro familiari.
 

Al centro della vicenda c'è un'anziana affetta da Parkinson e demenza, allettata da oltre tre anni, con un grave irrigidimento muscolare e una condizione clinica che richiede ossigenoterapia, alimentazione attraverso PEG e catetere vescicale. Una paziente completamente dipendente dall'assistenza degli altri, anche per le necessità più elementari.

La figlia racconta una quotidianità scandita da visite mediche, controlli, valutazioni e richieste di informazioni che, a suo giudizio, sembrano spesso ignorare la gravità e l'evidenza delle condizioni della madre.
«È arrivato anche un fisiatra che, vedendo come sta mia madre, mi ha chiesto se fosse sempre a letto. Gli ho risposto, sarcasticamente, che qualche volta va in piazza».
Un'amarezza che emerge anche dal racconto degli altri accessi sanitari: il nutrizionista per valutare l'alimentazione, i controlli della PEG, gli interventi dell'assistenza domiciliare integrata per una piaga da decubito e per la sostituzione del catetere vescicale. A questi si aggiungerebbero ulteriori verifiche e domande, comprese quelle relative al rinnovo annuale della fornitura dei pannoloni.

Ma il punto più delicato della denuncia riguarda proprio la riduzione dell'assistenza domiciliare destinata all'igiene personale.
 

Secondo quanto riferito dalla figlia, alla madre era stata riconosciuta la presenza di un operatore sociosanitario per un'ora al giorno, un aiuto fondamentale per garantire la pulizia e la cura di una persona completamente immobilizzata.
Dopo una recente valutazione, però, il servizio sarebbe stato ridotto a soli tre giorni alla settimana.

«Come se l'igiene di una persona si potesse fare sporadicamente», denuncia la donna, che fatica a comprendere quali criteri possano giustificare una simile decisione davanti a una situazione di totale non autosufficienza.
 

Durante l'ultima visita domiciliare, racconta ancora la figlia, il medico avrebbe rivolto una serie di domande riguardanti la pensione dell'anziana, la proprietà dell'abitazione e il numero dei figli.
Alla famiglia sarebbe stato inoltre consigliato di valutare il trasferimento della paziente in una struttura assistenziale.
Una prospettiva che si scontra con le difficoltà economiche della donna.

Mia madre prende 600 euro al mese. Non poteva permettersi un'assicurazione privata perché doveva mangiare e pagare qualche bolletta».
Particolarmente amara, nella testimonianza, è anche la ricostruzione di un colloquio durante il quale il sanitario avrebbe riferito di aver sottoscritto personalmente un'assicurazione per tutelarsi da eventuali situazioni analoghe in futuro.
 

La figlia contesta inoltre alcune osservazioni che sarebbero state rivolte alla famiglia sulla frequenza degli esami e sull'utilizzo dell'ossigeno, ricordando che i trattamenti e i farmaci vengono prescritti dai medici in relazione alle condizioni cliniche della paziente.
 

Sono affermazioni e circostanze riportate dalla familiare, sulle quali sarebbe opportuno acquisire anche i chiarimenti dell'azienda sanitaria competente, soprattutto per comprendere le motivazioni della riduzione dell'assistenza.
 

Il racconto, tuttavia, va oltre il singolo episodio e solleva una questione più ampia: quanto vale la dignità di una persona anziana, gravemente malata e senza risorse economiche sufficienti per ricorrere all'assistenza privata?

Questa figlia non sta chiedendo un privilegio. Sta chiedendo che alla madre venga assicurata un'assistenza adeguata alle sue condizioni.
 

Resta soprattutto una domanda, semplice quanto difficile da eludere: se una persona non può più alzarsi dal letto, non può lavarsi autonomamente e dipende completamente dagli altri, come si può pensare che abbia bisogno di essere assistita soltanto tre giorni alla settimana?
 

Una riflessione che merita una risposta. Non soltanto da parte di chi ha disposto la riduzione del servizio, ma da chi è chiamato a garantire il diritto alla salute e al rispetto delle persone più vulnerabili.

Umanizzazione e pietas umana, queste sconosciute.

Per segnalazioni scrivete al 3405304066. Garantito l'anonimato.

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