Finalmente ho avuto un pò di tempo per leggere sabato scorso, finendo quel mattoncino di cui spesso si parla per le tante recensioni che ha avuto e per le tante critiche che ha ricevuto e mosso: L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, scritto agli inizii del XX secolo da Max Weber.
Max Weber ci insegnò quanto lo “spirito del capitalismo” fosse erede di quella “etica protestante” tipica del Calvinismo, autentica forma che eleva la propria vocazione professionale (Beruf) ad assoluto. Da sempre gli uomini hanno conosciuto l’avidità e l’avarizia, il desiderio di arricchirsi anche senza scrupoli morali ma tutto ciò, mai prima del protestantesimo aveva potuto fondarsi sulla convinzione che il razionalismo calcolatore rappresentasse la messa in pratica di una vera e propria Etica. L’arricchirsi oltre i bisogni fondamentali come obbiettivo fine a se stesso per rincorrere vanità, prestigio e beni materiali era considerata “idolatrìa del ventre”, “mammonismo” dalla mentalità cattolico-medievale in quanto tali “idoli” distraevano l’anima dalla tensione verso i fini ultimi, i Novissimi, dissipandola nell’effimero non-senso rappresentato dalla dottrina cateriniana nel “fiume che trascina ogni cosa”. Il fiume mistico della Santa di Siena era la corrente che trasportava nel nulla ogni cosa creata, ogni affetto, ogni azione anche buona e l’uomo stesso, se si legava ad esse senza unirsi al corpo mistico della Chiesa e al Suo Capo: il Cristo. Il Cristo era invece il Ponte sul fiume che trascina al Nulla, il Ponte che solo può condurre l’uomo dalla terra al Cielo.
Il denaro diventava “sterco del demonio” anche nella mentalità popolare, appena assurgeva a Idolo ed era comunque vergognoso che l’uomo diventasse funzione di esso: il denaro serviva, ma non doveva essere servito. Con la Riforma Protestante non conteranno più nulla i consilia del Vangelo: la vita monacale non sarà più la strada per la perfezione in quanto vista come elusiva rispetto al dovere di lavorare su questa terra. L’azione superiore alla contemplazione e non seguente ad essa. In pratica il sovvertimento degli insegnamenti di Gesù a Marta e Maria, ma forse molto di più: l’immanenza vince sulla trascendenza, i doveri intramondani diventano fini a se stessi e lo stesso peccato di usura non viene percepito più come tale. I Sacramenti cattolici diventano oscena magìa di un clero che avrebbe usurpato il sacerdozio come carattere comune a tutti gli uomini, facendolo diventare strumento di oppressione. L’antropologìa pessimistica del protestantesimo è la diretta conseguenza della negazione del libero arbitrio da parte di Lutero, in quanto la “predestinazione” che Dio avrebbe riservato ai reprobi e agli eletti non potrebbe mai essere mutata dall’uomo. Ora, l’eletto potrebbe vivere e morire anche nel peccato ma si salverebbe laddove il “reprobo predestinato” non avrebbe niente da sperare. Da qui la tremenda questione: come si può sapere se si è eletti o se si è reprobi? Ecco, già il dubbio di non essere “predestinati alla salvezza” sarebbe indice di poca fede e pertanto di essere già vicini allo stato di riprovazione. A questo punto l’impegno professionale diventa un esercizio di automotivazione che darebbe “sicurezza di sé”, togliendo ansie religiose e istillando la “sicurezza” (presunzione) di essere già salvi. Il “self-made-man” che riesce a “farcela”, a sfondare nella sua professione o nel suo commercio è baciato da Dio e la sua ricchezza diventa segno di predestinazione divina. A questo punto mi pare evidente costatare come una tale "Etica" sia diventata patrimonio comune di tutto l'Occidente, anche di quello non specificatamete protestante.
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