TERAMO – A Teramo continuano ad arrivare uomini con uno zaino, qualche documento e una speranza spesso più grande delle certezze che possiedono.
Li incontri ai giardini, vicino alla stazione, davanti a un bar. Basta offrire una colazione e due cornetti per ascoltare racconti che finiscono per assomigliarsi tutti: soldi pagati a qualcuno per ricevere indicazioni, pratiche da sistemare, documenti da attendere e il desiderio di poter raggiungere amici o parenti che hanno già trovato altrove una casa, un lavoro e una famiglia.
Sono quelli che potremmo definire i nuovi “turisti dei documenti”.
Poi arriva la notte.
Qualcuno dorme nei giardini Marcozzi, diventati ormai punto di incontro di un’umanità molto diversa: persone senza casa, tossicodipendenti, alcolizzati, piccoli spacciatori e disperati di passaggio.
È proprio quella piccola “bandarella” notturna ad aver suggerito ad alcuni nuovi arrivati un luogo considerato più riparato: gli spazi sotto le volte in mattoni nei pressi del liceo Scientifico. Solo per proteggere, ovviamente, il loro territorio.
Il resto appartiene a una storia che Teramo conosce già.
I bisogni fisiologici fatti dove capita, l’assenza di servizi, le docce improvvisate alla fontanella, i vestiti lavati alla meglio. Una questione sociale che diventa inevitabilmente anche una questione di igiene, sicurezza e dignità.
In mezzo a questo scenario, però, ogni tanto arriva una storia capace di cambiare completamente prospettiva.
È quella di Chinedu – sperando di averne scritto correttamente il nome – un uomo profondamente religioso che incontrammo circa tre anni fa, poco dopo il suo arrivo in provincia di Teramo.
Ci fermò per strada.
Non voleva soldi.
Voleva un lavoro.
Fu la prima volta che ci capitò una richiesta del genere formulata in maniera così diretta. Dormiva alla stazione e chiedeva soltanto la possibilità di guadagnarsi da vivere.
Oggi Chinedu lavora per una ditta edile. Ha una casa, una famiglia e una figlia. Sua moglie è riuscita a raggiungerlo in provincia di Teramo.
Quando lo abbiamo incontrato di nuovo ci siamo abbracciati.
Quell’abbraccio vale più di tante parole pronunciate nei convegni sull’integrazione. Perché racconta una strada semplice e concreta: lavoro, autonomia, famiglia, dignità.
Il punto, però, resta tutto qui.
Non possiamo continuare ad affidarci ai miracoli individuali, agli incontri fortunati o alla buona volontà di qualche imprenditore. Servono istituzioni capaci di distinguere, accompagnare e costruire percorsi veri per chi vuole inserirsi nella società.
Altrimenti continueremo a vedere uomini dormire nei giardini, lavarsi alle fontanelle e aspettare per mesi una risposta.
E continueremo a chiamarla emergenza, quando ormai è diventata soltanto l’assenza di un metodo con il sospetto che sia strumentale e frutto di un calcolo ordinario.
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