A Teramo ci sono situazioni che, a forza di ripetersi, rischiano di non fare più notizia. Ed è proprio questo il problema. Quando il degrado diventa abitudine, quando una piazza storica viene vissuta come uno spazio privato nel quale bere, lavarsi, cambiarsi e sostare in condizioni di evidente alterazione, significa che qualcosa nel sistema di controllo e assistenza non sta funzionando.
Il caso di piazza Sant’Anna è ormai noto. Un uomo, più volte fermato dalle Forze dell’Ordine perché trovato in stato di ubriachezza e alterazione, continua a tornare nello stesso luogo e a riproporre comportamenti che alimentano preoccupazione e disagio.
Il punto non è soltanto il decoro urbano. E non è neppure quello di trasformare una persona fragile in un bersaglio. La questione è capire se esista davvero una presa in carico capace di evitare che tutto si riduca a un intervento momentaneo, seguito poche ore dopo dal ritorno alla situazione precedente.
Piazza Sant’Anna finisce così per assomigliare a una sorta di corte senza regole, un “Campiello” aprutino dove la ripetizione degli episodi ha prodotto una pericolosa assuefazione.
Le Forze dell’Ordine intervengono quando vengono chiamate, ma il loro compito non può sostituire quello dei servizi sociali, sanitari e delle istituzioni chiamate a gestire situazioni di evidente fragilità.
E intanto resta una domanda semplice: chi garantisce la sicurezza e la tranquillità di chi vive e attraversa quella zona?
Perché continuare a intervenire soltanto quando l’emergenza esplode significa non risolvere nulla. E aspettare che accada qualcosa di serio per stabilire chi avrebbe dovuto fare cosa sarebbe il peggior epilogo possibile.
Piazza Sant’Anna merita di tornare a essere una piazza, non il simbolo di un problema che tutti conoscono e che nessuno riesce davvero a risolvere. Prima che l’abitudine al degrado diventi, definitivamente, rinuncia.
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