Siamo di nuovo orfani. La morte di Zio Remo ci lascia ancora soli in balìa di noi stessi. È vero: fino alla fine dell'800 l'Abruzzo è stata la cenerentola del meridione, eppure seppe mettersi al passo con lo sviluppo dell'Italia. Dopo la seconda guerra mondiale lo scettro è passato alla Democrazia Cristiana e da allora ad oggi ogni questione, ogni opera pubblica, ogni iniziativa di sviluppo è passata sopra la scrivania dello Zio d'Abruzzo, che amorevolmente ha fatto della propria abruzzesità il punto di forza della sua autorevolezza sullo scacchiere politico nazionale.
Errori ce ne sono stati (soprattutto debiti faraonici), ma intanto siamo passati dalla coda alla testa delle classifiche sul meridione.
Oggi stiamo tornando pericolosamente indietro e Zio Remo, prima di andarsene, ha additato più volte chiaramente il rischio che corre la Regione nel mettersi nelle mani di chi non ha a cuore lo sviluppo e pospone l'interesse collettivo alla gloria ed al potere personale.
Il giornalismo ufficiale, lungi dall'esercitare il ruolo che gli sarebbe proprio – quello di contropotere informativo – nel migliore dei casi miagola qualche velata critica mentre i buoi stanno fuggendo dalla stalla.
È ora di squadernare sul tavolo le ragioni dell'Abruzzo, le possibili strategie da seguire e le prospettive da disegnare per evitare di tornare ad essere la regione dei briganti, ostile ed insignificante, indegna di essere vissuta e visitata, come emerge dai resoconti dei viaggiatori del Grand Tour che azzardavano incursioni nelle nostre terre due secoli fa.
Provo dal mio limitato osservatorio a mettere alcuni punti fermi. Intanto ci sono specificità che nessuna globalizzazione può neutralizzare: nè in Cina, nè in India, nè in altro luogo la vite cresce e dà frutto come da noi, la Provincia di Chieti è la quarta d'Italia (e cioè del mondo) per quantità di vino prodotto, e la qualità già altissima è in continuo aumento. Stesso discorso può essere fatto per l'ulivo e l'olio. L'ospitalità e la gastronomia abruzzesi sono universalmente ed unanimemente apprezzate.
Siamo la Regione verde d'Europa, con la più alta percentuale di territorio riservata a parco, ed i parchi – come insegnano tutti i professori di economia e gli indicatori di settore – sono la fonte più stabile di ricchezza prodotta, oltre a garantire i maggiori margini di redditività.
In questo scenario, qualcuno potrebbe spiegarmi perchè qualche politico regionale, che ho il pudore di non nominare per evitargli una immeritata pubblicità, si ostina ad opporsi al decollo del Parco nazionale della costa teatina, già istituito con legge n. 93/2001 ed ancora non formalmente costituito dopo 10 anni?
Forse qualche pusillo continua a pensare, sulla scia di miopi ministri economici, che il paesaggio, la storia, le tradizioni, il turismo, la cultura lato sensu intesa siano da considerarsi alla stregua di un lussuoso fardello ed un freno allo sviluppo dei settori "davvero" produttivi.
L'Italia è il centro culturale del mondo, l'Abruzzo ne è il centro geografico e sua perla naturalistico-ambientale, e qualcuno continua a pensare che la ricchezza sulla quale siamo seduti sia una inutile zavorra di cui liberarsi.
Ma quel che è peggio è che nell'opinione pubblica si è affermata una colpevole sottovalutazione della dimensione culturale, non solo come irrinunciabile strumento di crescita sociale e civile, dell'individuo e delle comunità, ma anche come concreta opportunità di sviluppo e di consolidamento dei processi economici.
Cultura e turismo, gestiti malissimo rispetto agli altri paesi occidentali, generano il 12% del PIL italiano, dato che dovrebbe far riflettere gli ironici e supponenti ministri sostenitori della tesi dell'incommestibilità della cultura, e attribuirle il ruolo strategico di indispensabile motore del sistema Paese.
Quanto al sistema Abruzzo, sono convinto che si debba investire sulla cultura e sulla conoscenza, valori in grado di traghettarci nel futuro e di proteggerci dalle intemperie dell'economia globalizzata, valori fondanti e da rifondare per rinvigorire l'identità e l'orgoglio della comunità abruzzese, per guardare avanti con rinnovata fiducia.
La cultura e la conoscenza sono il vero bene rifugio, il fulcro attorno al quale potenziare le infrastrutture, accendere finanziamenti, rivitalizzare attività economiche e produttive, dare lavoro e assistenza, in definitiva vivere meglio.
Queste sono le prospettive e la strategia da seguire, se la politica riuscirà a meritarsi l'autorevolezza che i cittadini le hanno giustamento tolto, ma che continuano a tributare alla memoria di Remo Gaspari.
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