Matteo Simonetti, nato nel 1971, vive a Potenza Picena nella sua casa di legno. Accanto a quella come musicista, che lo porta al diploma in Pianoforte, ha seguito una formazione umanistica, laureandosi in filosofia. Esordisce come articolista sulla stampa nazionale nel 2002, dalle pagine di "Area". Collabora poi, prima come critico musicale e poi anche come analista politico e culturale, con i quotidiani "Secolo d'Italia", "L'Indipendente" e "Liberal" e con le riviste "Percorsi di cultura politica" e "La Destra", anche con proprie rubriche settimanali. Attualmente scrive per "Il Borghese" e per il giornale online "giornaledelribelle.com" del movimento di Massimo Fini.
Ha pubblicato: Stasera dirige Nietzsche (Pantheon, Roma 2005), saggio che si occupa del rapporto tra musica e politica, e Per un manifesto della destra (Nuove Idee, Roma 2006), insieme al Senatore Luciano Magnalbò, saggio che intendeva individuare nuovi orientamenti per una destra conservatrice italiana e l'ultimo "Demonocrazia" (Solfanelli 2006),saggio di sociologia politica.
E' giornalista pubblicista dal 2005 e alterna l'attività letteraria a quella musicale, sia didattica che concertistica. Ha tenuto diverse conferenze su svariati temi culturali anche presso sedi universitarie e come promotore culturale ha organizzato importanti cicli di incontri per amministrazioni pubbliche. (Pietro Ferrari)
Oggi, 25 Marzo 2011, abbiamo sotto gli occhi, forse come mai prima, ciò che sigifica il meticciato etnico e culturale, il multiculturalismo forzato, la convivenza coatta.Lampedusa, dove per la prima volta qualche giorno fa la popolazione italiana si è opposta agli sbarchi occupando i moli e impedendo per poche ore l'invasione, ci mostra un'epifania. Le migliaia di immigrati clandestini tunisini, non libici attenzione, hanno creato dei disordini, fischiato i soccorritori, provocato tafferugli, per dei motivi che ho stentato a credere finchè non li ho sentito dalle loro stesse voci.
"Il cibo non è buono" è stata la recriminazione. Incredibile! E mentre cenavo di fronte allo schermo, con la mia onesta minestra coi ceci, non ho potuto non immaginare le richieste dei neo-sbarcati: menù alla carta, chef sontuoso e tavola finemente apparecchiata. Li abbiamo visti sbarcare filmando con i telefonini, come studenti alla gita liceale, li abbiamo sentiti impavidemente affermare che tanto, anche se rimpatriati, avrebbero mille altre volte solcati i mari per raggiungerci, li abbiamo ascoltati dire, con risolini sprezzanti di chi la sa lunga, "ma questa secondo voi è l'Europa?".
Ora, di fronte a questi fatti occorre riflettere bene. Nessuno rimprovera a questi ragazzi ciò che fanno e che pensano. Hanno ragione a lamentarsi di come l'occidente e l'Europa hanno approfittato delle loro ricchezze, di quanto odioso sia il colonialismo economico. Io arrivo anche a giustificare il kamikaze palestinese, iracheno o afgano che si fa esplodere per vendetta o nel tentativo di combattere una guerra impari. Ma noi non possiamo pagare per colpe che non abbiamo. Noi "tradizionalisti" siamo i primi a denunciare la speculazione finanziaria delle multinazionali sulle materie prime, la nuova strategia di accaparramento dei generi alimentari, il nuovissimo business dell'affitto delle terre africane e via dicendo. Noi non possiamo pagare per la gente che non abbiamo mai votato nè altrimenti sostenuto, per coloro che affamano anche noi con i mutui sulle prime case, per quelli del lavoro precario e della delocalizzazione delle industrie per abbassare il costo della manodopera.
Noi non possiamo e non vogliamo sostenere questo assalto al nostro territorio e alla nostra società. Non possiamo trincerarci dietro stupidi luoghi comuni, ai quali crede il benpensante progressista. Ad esempio, di fronte a chi sostiene che l'emigrazione non porta disoccupazione perchè gli immigrati vanno a fare lavori che noi non faremmo, dobbiamo denunciare la miopia e la stortura di questa banalità. Guardateli questi immigrati: giovani, determinati, fisicamente robusti, a volte con moglie al seguito, capaci attraverso la legge del ricongiungimento di portarsi in Italia parenti, figli, fratelli più piccoli. Se è vero che alcuni di loro accettano impieghi che non accetteremmo, che dire dei loro figli, educati nelle scuole italiane e secondo le aspettative della gioventù italiana? Accetteranno anche loro di fare i lavapiatti o raccogliere pomodori? O piuttosto saranno in competizione con i nostri figli come geometri, ingegneri, ragionieri o semplici operai specializzati? Basta guardare avanti di dieci o quindici anni per rendersi conto del suicidio al quale ci votiamo se accettiamo questa invasione. L'unica soluzione è: nessuna ingerenza politica ed economica, fine di ogni colonialismo e sfruttamento, ma totale rispetto dell'identità dei popoli. Magari anche aiuto economico e tecnologico, ma ognuno a casa propria e senza storie.
La malattia peggiore da combattere è per noi la convinzione che si tratta di cicli storici incontrovertibili, ai quali è impossibile opporsi. Siamo destinati alla morte, come civiltà decadente, a causa della crescita di popolazioni più giovani, più forti demograficamente e ideologicamente. No! Sia pure il trapasso, ma nell'economia di questi grandi cicli, è possibile fermare la storia e rallentarla di qualche decennio magari. Noi viviamo oggi e oggi dobbiamo credere a questa possibilità. Rassegnarsi ad un determinismo di sapore illuministico e positivistico non è da noi. Perchè i partiti "conservatori", se mai ce n'è rimasto uno, o almeno quelli nazionalisti, come per motivi diversi La Destra e La Lega, non vanno a Lampedusa a dare manforte agli abitanti disperati? Di tutte queste bandiere italiane, sprecate e penzolanti dai balconi degli ignari della storia patria, non c'è n'è qualcuna da andare a piantare sul suolo dell'isola, a simboleggiare una sovranità che ormai è sempre più un fantoccio?
Matteo Simonetti
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Il termine meticciato mi fa venire i brividi. Non utilizzo meticcio neanche con il mio cane, che è un meraviglioso cucciolo fantasia.
Capisco le cose che dice il signor Simonetti. Anche io ho provato fastidio per le parole di questi giovani che sbarcano a Lampedusa e si lamentano del cibo, dell'igiene, di un'accoglienza che non c'è o che è in grave affanno a causa delle dimensioni dell'esodo. La mancanza di umiltà, la presunzione e l'incapacità di capire la situazione danno molto fastidio anche a chi come me non nutre particolari motivi di avversione verso un fenomeno che l'Italia sta patendo da un po' di anni. Conosciamo le origini di questo fenomeno che gli sconvolgimenti nordafricani hanno moltiplicato. E’ un’emergenza di cui uno stato, con o senza bandierine simbolicamente piantate sulle spiagge dell’isola pelagiana, non può non farsi carico a costo di rimediare una figuraccia di dimensioni planetarie. La quale è già in atto purtroppo a causa non di una mancanza di lungimiranza da parte dei governanti, quanto di un pregiudizio politico da sempre cavalcato da una indecente forza politica qual è la lega di Bossi, razzista e xenofoba, la quale, incapace ormai da decenni di portare avanti il suo folle progetto politico miseramente fallito e approdato alla risibile vittoria su un federalismo pasticcione, continua a parlare alla pancia, agli istinti peggiori e alla paura dell’altro che alberga in ognuno di noi, oltre che a distrarre i propri adepti e i propri elettori da un sogno, quello della “padania” che ormai la storia si è incaricata di dissolvere nel nulla. Come le sarà noto, signor Simonetti, l’Italia tra i paesi europei è quello con il minor numero di immigrati e mi è sembrata assai saggia la disponibilità di molte regioni ad accogliere queste popolazioni approdate sulle rive del bel paese. Gli italiani sono molto accoglienti e molto migliori di chi li governa. Non serve agitarsi con frasi, mutuate dal peggiore linguaggio leghista, come “ognuno a casa propria”, oppure “rispetto dell’identità dei popoli” o addirittura invitare “ i nazionalisti” a “dare man forte agli abitanti di Lampedusa” non si capisce bene per fare cosa. In un momento come questo la cosa peggiore che si possa fare è quella di dimenticare di essere buoni cristiani e che l’identità del buon cristiano è appunto esibire finalmente la propria identità di buon cristiano, disposto all’ascolto, al rispetto degli altri, all’accoglienza, se non si vuole interpretare l’identità di cui parla come chiusura e rifiuto, difesa del proprio orticello purtroppo sempre più”incolto”. I futurologi non da oggi disegnano scenari di un mondo meticciato, fra non molti decenni saremo tutti meticci, e la piega culturale religiosa politica che prenderà il mondo chi può prevederla?...affidiamoci alla musica, che è un linguaggio universale senza confini e senza steccati nella quale ognuno può mettere quello che gli pare. Oppure alla bella ironia, anche poetica, di Giancarlo.
@Matteo nel linguaggio corrente e intendo idioma comune, il meticcio è sinonimo di Bastardo. Sei un comunicatore non mi dire che non ci avevi pensato?