Signore e Signori mi presento, sono Zaccaria e son venuto alla luce il 17 luglio scorso presso l’ospedale di Atri e desidero portare la mia testimonianza di “utente” nella querelle sua chiusura del reparto di ostetricia di Atri, anche perché è da nove mesi che sento mamma e papà discutere del problema. E poi, chi più di un neonato è titolato a parlare?
Non si sta facendo tutta questa rivoluzione per noi neonati, per la nostra sicurezza? (f.to internet).
Orbene. Dopo 37 settimane di attesa, il 17 luglio sono nato a Atri. In veri primi tentativi di uscita risalgono a qualche mese addietro (ne parlerò in seguito) ma nelle ultime settimane la mia voglia di uscita andava crescendo esponenzialmente.
Nelle ultime settimane, ogni sera, al calar del sole, puntuale come un orologio svizzero iniziavo la preparazione atletica per l’uscita. Nel contempo esploravo il corpo della mamma: i reni davanti a me; di qua il fegato; con i piedini toccavo il diaframma; con le manine strizzavo la prostata. Cose da neonato insomma. Il 16 luglio, dopo essermi esercitato ho preso la mia decisione: l’indomani sarei nato. Dalle 23 circa quindi, ho dormito il sonno del giusto per recuperare le forze in vista della titanica impresa. Mamma ha gradito molto e finalmente è riuscita a riposare decentemente.
Non sapeva cosa l’attendeva! Ho passato la mattinata del 17 e buona parte del pomeriggio in completo relax, tant’è che la mamma si è abbandonata a tutte quelle attività da perfetta donna di casa. Alle 13 papà è andato a lavorare rassicurato dalla mamma: «calmo come oggi non c’è mai stato! Va tranquillo». Le ultime parole famose. Alle 17:10 mi sono deciso. Ho atteso che terminasse di parlare con una neo mamma conosciuta nel reparto di ostetricia di Pescara la quale ha dato alla luce un bimbo proprio nella mattinata del 17 e ho dato il via alle danze: primo colpo proprio mentre stava in bagno. Urlo della mamma; la nonna si precipita in casa e chiede: «che facciamo?». «Aspettiamo» dice la mamma. Allora ti mollo un secondo colpo e..si rompono gli indugi. Entriamo in auto che sono le 17 e 30. Percorriamo il chilometro e poco più che ci separa dall’ospedale e alle 17:35 siamo in ospedale (con una donna incinta non è che si può correre all’impazzata!); la mamma entra in P.S. urlando; una infermiera rassicura la mamma ma appena sente che sono il terzo figlio allerta subito l’ostetricia, butta la mamma sul lettino e corriamo tutti verso l’ascensore. In reparto sono tutti pronti. Con la barella, mentre l’ostetrica urla che sto per uscire, corriamo verso la sala parto. Entriamo che sono le 17:40 circa. Ore 17:46 butto un urlo per avvisare tutti che sono nato. Ventisei minuti dal primo colpo: mica male. Tutto bene. Io una favola, la mamma in via di guarigione. Ci vuole anche un pizzico di fortuna si dirà. Fortuna? Ora mi chiedo: e se invece di nascere il 17 luglio 2015 fossi nato il 1 novembre 2015? Poteva non andare così. Primo scenario: corro in ospedale, l’Ostetricia non c’è più e mi fanno nascere in P.S. (chi? il medico del pronto soccorso o ci saranno un’ostetrica e un ginecologo sempre’).
Comunque nasco senza problemi. Io bene, mamma senza un problema. Una volta nato vi a verso un reparto d’ostetricia. Ma mi chiedo: più sicuro del reparto che c’è? Secondo scenario: corro in ospedale e mi mettono sopra un’ambulanza attrezzata o non attrezzata in corsa per Pescara (Teramo è troppo lontana, Sant’Omero neanche a pensarci). Nasco tra la SjB e la chiesa della Cona (ricordate? 16 minuti dopo essere entrato in P.S.). Nessun problema, ok. E se il parto non va come deve? Che fine faccio e che fine fa la mamma? Più sicuro del reparto?
Terzo scenario: Corro in ospedale ma il P.S. è chiuso perché funziona h.12 (8-20 dicono) e io decido d’uscire alle 21:00.
In questo scenario, ci sono due possibilità. O si presenta lo stesso caso descritto nello scenario due oppure mamma e papà decidono di avventurarsi in auto alla volta di Pescara. In quest’ultimo caso sarei nato sempre tra la SjB e la chiesa della Cona con papà in linea col 118; oppure ci saremo schiantati tutti alla prima pianta; oppure qualcuno ci avrebbe rimesso le penne. Più sicuro del reparto che c’è? Ma poi: queste ambulanze per lo STEM e lo STAM ci sono? Ne hanno discusso all’inizio di giugno pare.
Poi? Ma andiamo avanti. Come dicevo, avevo già provato ad uscire in effetti. All’inizio di giugno mi ci ero messo d’impegno e così la seconda domenica del mese ho tentato la sortita. Alle 13 del 8 giugno io mamma e papà andiamo in Ostetricia nell’ospedale di Atri. La mamma ha forti dolori. Eravamo già stati in ospedale qualche giorno prima e erano riusciti a calmarmi. Ora però mi ci ero messo d’impegno e alla fine, dopo due ore di flebo i sanitari si erano decisi: trasferimento. Pericolo di nascita prematura. Dove? Dove c’è posto. Prima si tenta in regione poi fuori. C’è un posto libero all’ospedale di Pescara. Meno male. La settimana prima, dicono i sanitari, una partoriente è andata a Rimini. E questi vogliono ridurre i posti? Non vi dico la preoccupazione di mamma e papà. L’unico a divertirsi ero io. E’ ora, si parte. Papà, su consiglio del dottore, parte in anticipo in auto alla volta di Pescara. L’ambulanza seguirà a breve.
Papà è imbottigliato dal traffico quando, di soprassalto, vede sfrecciarsi l’ambulanza con noi sopra a sirene spiegate.
Si toglie dalla coda e tallona l’ambulanza in preda ai pensieri più bui mentre quest’ultima, nonostante la sirena, fatica a farsi strada alla volta dell’ospedale (in auto da soli è una pazzia). Arriviamo in ospedale e entriamo mentre papà lascia l’auto buttata davanti l’ospedale. Attimo di concitazione e poi via in reparto.
Si passano le consegne e i sanitari, tutti bravissimi, ripetono le analisi e si ripete la visita ginecologica.
La mamma è poggiata in ginecologia al pari di altre gestanti. Il problema è che, dopo l’annuncio di chiusura dei 4 punti nascita, molte donne hanno deciso subito di recarsi nel reparto di Pescara non fosse altro che per iniziare a tastare il terreno. Morale della favola: nessun posto libero in ostetricia. Ok. La notte, ci riprovo e ci portano in sala travaglio, tre piani sopra la ginecologia. Sento altre mamme lamentarsi. La situazione non è carina. Anche i sanitari sono increduli circa la chiusura dei punti nascita.
Alcuni dicono che è una follia, che Paolucci e D’Alfonso non si rendono conto.
Pescara non è in grado di reggere la chiusura di Penne Atri e Ortona.
In reparto ci sono anche gestanti in piedi. Parlando con un’altra gestante, la mamma viene a sapere che anche a Chieti la situazione è simile.
Ci facciamo 12 giorni d’ospedale e poco prima di essere dimessa il dottore dice a mia madre:«Lei è di Atri. E come fa se le riprendono le contrazioni? Partorisce per strada. Non ha la possibilità di prendere casa a Pescara fino alla fine della gravidanza?».
La mamma lo guarda incredula. Non risponde e prega Dio di riuscire a partorire a Atri. Non più 6 in camera, ma due in camera.
Non un bagno solo per pazienti e visitatori ma un bagno in camera per due pazienti; neonato sempre vicino con nursery ogni due camere. Racconta a papà quel che ha detto il dottore e quello s’inalbera. « Prendere una casa a Pescara? E gli altri due li lasciamo a casa a Atri? Poi, mica ho lo stipendio di un assessore, di un presidente o di un consigliere regionale. Come dovremmo fare? Questa è l’altra parte della riforma. Quella che prevede di scaricare sulle spalle dell’utente il prezzo delle loro riforme. Loro “devono” mettere i conti a posto (quali?) e noi utenti dobbiamo pagare? E questo mi chiede se posso prendere in affitto casa a Pescara. Quindi è insicuro tornare a casa? Allora parlassero? Denunciassero questa pazzia. Si dissociassero».
Per me l’incubo è finito. Ne iniziano altri.
Post Scriptum Non avventuratevi in auto alla volta del reparto di Ostetricia più vicino. Recatevi nell’ospedale più vicino. Sempre. Se ci siete non lasciatevi convincere a firmare e andare per fatti vostri. Un ospedale, anche non attrezzato, è sempre più sicuro della vostra auto con voi a bordo.
Con affetto Zac. Tudini
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