Ottantuno anni fa le truppe sovietiche entrarono ad Auschwitz, liberando i superstiti e svelando al mondo l’orrore della Shoah. Un orrore che si era consumato nell’indifferenza di chi, nel corso degli anni precedenti, si era voltato dall’altra parte di fronte alle leggi razziali, alle violenze, ai ghetti, alle deportazioni forzate, alla disumanizzazione dell’altro. Auschwitz fu il punto di arrivo di un processo attentamente studiato, basato sulla sistematica violazione della dignità umana e compiuto con la complicità di tutti coloro che preferirono non vedere. Fu il frutto di quella “banalità del male” che nel corso dei decenni ha caratterizzato tutte le grandi tragedie della storia, tutti i genocidi, tutti i crimini contro l’umanità.
Quel male che, come scrive Hannah Arendt, “non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo” e che non possiede “né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo”. Parole che oggi rappresentano molto più di un monito.
Perché l’attuale situazione internazionale, dove ormai da tempo l’uso della forza sembra essere diventato il principale strumento di gestione dei rapporti tra le nazioni - spesso giustificato da interessi mascherati da nobili ideali - e dove continuiamo ad assistere a violenze, alla negazione dell’altro, alla disumanizzazione di intere popolazioni, ci interroga su cosa significhi, oggi, conservare la memoria della Shoah.
Perché la memoria, se si riduce a una mera celebrazione retorica, perde ogni valore. Fare memoria è molto di più: fare memoria è lavorare ogni giorno perché gli orrori del passato non si ripetano, perché i disvalori che hanno caratterizzato il ‘900 e portato a due guerre mondiali, con il loro carico di dolore e morte, non si riaffaccino all’orizzonte, fare memoria è difendere i principi e i valori della democrazia e attuare ogni giorno la nostra Costituzione che, nata sulle ceneri della seconda guerra mondiale, ha come valori fondanti l'antifascismo, la difesa dei diritti umani, della dignità dell’uomo, della libertà, dell’uguaglianza sostanziale. Fare memoria vuol dire ribadire con forza, ogni giorno, l'antifascismo che è l'anima della nostra Costituzione.
Perché come sottolineò Aldo Moro nel corso dei lavori della Costituente, in risposta al desiderio espresso da alcuni colleghi che la Costituzione si definisse afascista, “non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella Resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale".
Ribadire l’antifascismo della nostra Costituzione, è ribadire la vergogna per le leggi razziali approvate all'epoca dal nostro Paese. Quella Costituzione che si configura come un vaccino contro nuovi olocausti, perché mette al centro sempre, in ogni suo articolo, la dignità dell'uomo. Se vogliamo onorare e difendere la memoria, come baluardo contro morte e violenza, non possiamo, oggi e sempre, non dirci antifascisti. In questi anni, di fronte a guerre e violenze, la memoria è stata bistrattata, calpestata, violentata. Oggi, se vogliamo restituirle dignità, dobbiamo riscoprirne il valore. Perché memoria è rispetto, memoria è difesa dei diritti umani, memoria è dialogo, memoria è riconoscimento dell’altro come fratello.
Se continuiamo a ridurre le persone a meri numeri, se chiudiamo le porte a chi scappa da guerre, fame, violenze, se non proviamo sdegno e dolore di fronte al fermo di una bambina di due anni, se non interveniamo ogni volta che dignità e diritti vengono cancellati, non stiamo conservando la memoria ma, al contrario, stiamo spianando la strada al ritorno di epoche buie.
La Shoah è stata la tragica conferma che il sonno delle coscienze porta all’indicibile, a quel male assoluto che può riaffacciarsi in ogni momento. In questi anni abbiamo assistito all’inversione del principio della supremazia del diritto sulla guerra, al riemergere di intolleranza e razzismo. E lo abbiamo fatto, troppo spesso, restando in silenzio.
Per questo, oggi più che mai, nel celebrare il Giorno della memoria, dobbiamo assumerci la responsabilità di riappropriarci del testimone che l’Olocausto ha consegnato al mondo intero e farlo nostro in ogni gesto quotidiano: la difesa della dignità umana, sempre e ovunque, come unico baluardo all’orrore, come unica speranza per una nuova umanità.
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