Se la neve seppellisce anche la speranza Scrivo in hotel al caldo ed è facile qui, sulla costa, lontano dall’ansia e dal pericolo, perdere pian piano la carica emotiva dei giorni passati e smorzare fino al silenzio la costernazione per quello che è successo e sta ancora succedendo.
Solo chi si è trovato isolato, senza luce, nel boato della terra che trema, nel freddo e nella tormenta che morde, con le vie di fuga soffocate e inaccessibili da muri di neve, può capire quello che tanti nostri corregionali hanno sofferto e forse stanno ancora patendo.
La sensazione per tutti è di aver passato un confine, di aver vissuto un’esperienza che incide sulla propria carne il segno profondo di un trauma, doloroso apprendistato all'impossibilità di convivere con gli eventi naturali della nostra terra.
L’appennino sembra mostrare un volto oscuro e maligno, ma questa ostilità non è altro che il frutto amaro della nostra fragilità e dell’inadempienza della società e della politica, di ogni ordine e grado, nella gestione e nel governo del territorio.
Dopo anni di vita nella capitale ero tornato, entusiasta, con la mia famiglia a vivere in un piccolo paese del teramano ma ora, dopo tutto questo, come posso guardare con fiducia al futuro qui, se l’incubo di ripiombare nella paura e nell’angoscia incombe su di noi come le montagne di neve che ieri soffocavano le vie di uscita?
E come possiamo noi tentare di tornare alla normalità e di convivere con le avversità naturali se dal terremoto dell’Aquila, ben 8 anni fa, non siamo riusciti a mettere in sicurezza nemmeno le scuole, gli ospedali e le prefetture, o a creare in ogni paese e frazione un presidio antisismico dove le comunità possano rifugiarsi nei momenti critici?
E ancora, come può accadere che un maltempo ampiamente annunciato metta in ginocchio un’intera regione già provata con esiti drammatici e pesantissimi anche dal punto di vista economico?
Ad ogni scossa oscillano le nostre case e crollano le nostre certezze. Lo sbigottimento è inciso nei volti e negli occhi di tutti e ci sentiamo deboli e vulnerabili. Ma si badi bene: la nostra vulnerabilità è la vulnerabilità di un’intera nazione.
In Abruzzo, e dunque in Italia, la neve degli ultimi giorni ha seppellito anche la speranza in uno stato organizzato, efficiente, puntuale nella prevenzione e gestione degli eventi in grado di minacciare la sopravvivenza, non solo fisica, delle sue comunità. E’ vero che la concomitanza di nevicate straordinarie e di scosse di alta magnitudo ha creato un cortocircuito fatale ma è anche vero che è in questo occasioni si deve sentire la presenza rassicurante e pronta delle istituzioni.
Questo non è avvenuto e, al contrario, ha portato al pettine tutti i nodi di una disorganizzazione cialtrona e raffazzonata, completamente in balia degli eventi e il cui successo in alcuni casi è dipeso più dal cuore e dalla capacità del singolo che da quelle del sistema.
Quasi dappertutto i sindaci sono stati lasciati soli ad affrontare l’emergenza e l’aiuto, tardivo e mal coordinato, è la prova concreta di una macchina inefficiente e non razionale dove non solo mezzi e procedure sono inadatte e insufficienti, ma dove drammaticamente inadeguati sembrano essere gli stessi uomini nelle linee di comando.
Non conosco nello specifico la ripartizione delle singole competenze tra governo centrale e periferico in simili situazioni, ma di una cosa sono certo: tutti noi chiediamo, e siamo tanti, a gran voce e a gran forza che le responsabilità gravissime vengano accertate ad ogni livello e non nascoste dietro il comodo cuscino delle prassi burocratiche.
Cosa è successo davvero?
Quali sono le responsabilità per il ritardo dei soccorsi e per il ripristino ancora insufficiente dell’energia elettrica in tanti comuni dell’entroterra? C’è bisogno subito di una commissione d’inchiesta parlamentare e contestualmente una serie riflessione sul futuro delle zone interne.
L’assenza di risposte e di una visione politica e amministrativa nel governo del territorio sono la vera condanna a morte per la nostra speranza. Altrimenti c’è forse un’alternativa all’abbandono delle montagne, dei borghi montani e alla scomparsa del cuore millenario del bel paese?
Stefano Saverioni
Foto: Barbara Diletti
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