Salta al contenuto principale

Omicidio del capostazione, confermati in appello i 14 anni al figlio Francesco Di Rocco

di Giancarlo Falconi
3 minuti

La Corte d'Appello dell'Aquila ha confermato la sentenza della Corte d'Assise che aveva chiuso il primo grado del giudizio a carico di Francesco Di Rocco, il 49enne di Teramo che nella notte tra il 20 e il 21 novembre 2023, uccise il padre «padrone», Mario Di Rocco, ex capostazione, con circa 90 coltellate. 14 anni per il reato di omicidio volontario, con l'attenuante dello stato d'ira, nonostante la difesa, l'avvocato Federica Benguardato, avesse chiesto in primo grado l'assoluzione per incapacità di intendere e volere o, in extremis, una condanna per omicidio preterintenzionale e non volontario, perché «Francesco non voleva uccidere il padre». Davanti alla Corte d'Appello l'avvocato Benguardato ha chiesto lo sconto di pena, soprattutto invocando quelle attenuanti generiche che delineerebbero Francesco, come risultava dalla perizia, al pari di un bambino di 6 o 8 anni. Per i giudici però, che si sono riuniti per la decisione per circa un'ora e mezza, la prouncia è stata quella della conferma. Dopo il deposito delle motivazioni, saranno decisi i prossimi passi.

«Sono un po' dispiaciuta, ma prendo atto della decisione dei giudici», ha detto l'avvocato Benguardato. «Io ho citato anche la sentenza Pifferi, quella che è stata deposita il 7 gennaio, quel caso che ha avuto molta rilevanza a livello nazionale. Lì sono state riconosciute le attenuanti generiche, e si è trattato dell'omicidio di una bambina, e qui no? Non posso non chiedermi se l'esito sarebbe stato lo stesso se Francesco fosse stata una donna. Lui viveva in una prigione, lo ha fatto per 49 anni. Non poteva avere amici, non poteva socializzare, non poteva avere una ragazza. Viveva e dormiva con il padre nel letto matrimoniale, non poteva alzarsi la notte per andare in bagno perché lui non voleva essere svegliato, non poteva avere una sua indipendenza economica, mangiava solo quello e nelle quantità che venivano decise dal padre. Guardava la tv con un timer. E anche la madre era in tutto e per tutto vittima dell'uomo. Paradossalmente forse ora sta meglio di prima. Può mangiare, può socializzare. È passato da una prigione a un'altra e forse questa lo aiuta quantomeno a crescere».

Presenti in aula per sostenere Francesco due amici. Abbiamo acoltato uno di loro, Riccardo Franchi, uno dei pochissimi rimasti accanto a «quel ragazzo», come lo chiama lui, «perché anche se abbiamo più di 50 anni per me resta sempre un ragazzo. Se posso fare qualcosa per lui, facendo sapere che persona buona ed eccezionale è, lo voglio fare. Quando abbiamo sentito la pronuncia siamo rimasti davvero male. Credo che anche Francesco non se lo aspettasse. Speravamo in uno sconto di pena e invece no. Lui è davvero la persona più buona al mondo e purtroppo è stata vittima del padre. Dopo la morte della madre, che era l'unico appoggio, la situazione è degenerata. Siamo in pochi a stargli accanto, ad andarlo a trovare. Oggi qui siamo due amici. Ci dispiace davvero tanto».

Commenta

CAPTCHA