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Montorio, rimosso “lu faggiàune”: dopo quasi ottant’anni sparisce la storica falce e martello dal Vomano

di Giancarlo Falconi
5 minuti

MONTORIO AL VOMANO – Bisogna avere rispetto per la sicurezza dei cittadini, ma anche per la storia e per l’anima di un Paese. E quando le due esigenze sembrano entrare in conflitto, forse la soluzione non dovrebbe essere necessariamente quella più semplice: rimuovere e dimenticare.
A Montorio al Vomano torna al centro dell’attenzione la grande falce e martello in metallo, conosciuta da generazioni di montoriesi come “lu faggiàune”, oggi arrugginita e quasi completamente nascosta dalla vegetazione sul muraglione che domina il fiume Vomano, sotto piazza Orsini.
Il sindaco Fabio Altitonante, sulla base di una relazione tecnica, ha disposto con ordinanza la rimozione del manufatto per ragioni legate alla pubblica incolumità.
Una scelta che può essere compresa sotto il profilo della prudenza amministrativa. Rimane però una domanda: considerato il valore storico e simbolico dell’opera, non sarebbe possibile metterla in sicurezza, restaurarla e ricollocarla?
 

Il resto rischia di trasformarsi nel solito derby ideologico, un po’ Don Camillo e un po’ Peppone, mentre qui il tema dovrebbe essere soprattutto quello della conservazione della memoria.
 

Preziosa, in questo senso, è la documentazione dell’Archivio Fotografico Montoriese, autentica radice della memoria collettiva del territorio. Una rara fotografia, di proprietà dell’architetto Luigi Santarelli e ritrovata casualmente tra i faldoni del suo studio, mostra la grande falce e martello quando era ancora perfettamente visibile sul muraglione. Nell’immagine si riconosce anche, in basso, il convento degli Zoccolanti prima della ristrutturazione.
A ricostruire la storia del manufatto furono anche i ricordi orali di Lucio Nallira, memoria storica montoriese, raccolti circa un anno prima della sua scomparsa.
Secondo quella testimonianza, la grande falce e martello, alta tra i tre e i quattro metri, sarebbe stata realizzata intorno al 1948 dai giovani fabbri Bruno e Lenin Di Donatantonio, con la collaborazione di alcuni attivisti della sezione locale del Partito Comunista, tra cui Walter Santarelli.
Era costruita con lastre di metallo sagomate e saldate e successivamente verniciata di un rosso vermiglio molto acceso.
La sua nascita va letta nel clima politico dell’immediato dopoguerra, quando a Montorio, come nel resto d’Italia, era fortissimo il confronto tra Democrazia Cristiana e forze della sinistra. Comunisti e socialisti si presentarono insieme alle elezioni amministrative e proprio falce e martello rappresentavano gli elementi comuni dei rispettivi simboli.
Ma lu faggiàune inizialmente non si trovava sul muraglione del Vomano.
Ogni 30 aprile, per diversi anni, veniva trasportato sulla sommità del Colle di Montorio, orientativamente nella zona dove oggi si trova la grande croce luminosa. Lì veniva issato e illuminato con potenti fari, diventando visibile praticamente da ogni punto del paese.
Era il preludio ai festeggiamenti del Primo Maggio, all'epoca particolarmente partecipati.
Poco prima della mezzanotte del 30 aprile, lavoratori e militanti si radunavano nei pressi del simbolo e da lì partiva un grande corteo attraverso le strade del paese, accompagnato dai canti della tradizione operaia e sindacale. Tra questi, secondo i ricordi tramandati, anche una versione del Va' Pensiero di Giuseppe Verdi con parole modificate e dedicate alle lotte del lavoro.
Il simbolo rimaneva sul Colle fino al 3 maggio per poi essere custodito in un magazzino in attesa dell'anno successivo.
Questa tradizione sarebbe proseguita fino alla metà degli anni Cinquanta.
Successivamente la falce e martello, ormai inutilizzata, venne presa da Serafino Di Donatantonio, maniscalco e fabbro insieme al figlio Angelo, detto “N’gelucce”, che aveva la propria bottega vicino al convento degli Zoccolanti. Fu allora che il manufatto venne sistemato sul muraglione in pietra vicino alla sua abitazione, affacciato sul Vomano.
Per anni venne periodicamente riverniciato di rosso e mantenuto in buone condizioni. Era talmente evidente da poter essere osservato anche transitando sul nuovo ponte della variante della Statale 80, costruito alla fine degli anni Cinquanta.
Poi il tempo ha fatto il resto.
La vernice è scomparsa, il metallo si è ossidato e la vegetazione ha progressivamente nascosto quella testimonianza del dopoguerra montoriese.
 

Oggi arriva l’ordinanza di rimozione.
La sicurezza non può naturalmente essere subordinata alla nostalgia e, qualora esista un reale rischio di cedimento, è doveroso intervenire. Ma proprio perché quell'enorme simbolo non è più soltanto un emblema politico, bensì un manufatto storico realizzato quasi ottant'anni fa da artigiani montoriesi, sarebbe forse opportuno evitare che la sua storia finisca insieme al ferro arrugginito.
Rimuoverlo per metterlo in sicurezza, dunque, potrebbe essere soltanto il primo passaggio.
 

Il secondo potrebbe essere un restauro, accompagnato da una targa capace di raccontarne origine, autori e vicende, per poi collocarlo in un luogo pubblico accessibile e sicuro.
Non per celebrare un'ideologia. Non per riaprire contrapposizioni politiche appartenenti a un'altra epoca.
Semplicemente per ricordare.
Perché un paese che conserva le tracce della propria storia, anche quelle divisive, conserva una parte della propria identità.

 E Montorio potrebbe trasformare una rimozione ordinata per ragioni di sicurezza in un'occasione per salvare e restituire alla comunità un frammento della propria memoria collettiva.

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