Il Codice di Giustizia Sportiva parla chiaro. L’articolo 4, comma 1, impone a tutti i soggetti dell’ordinamento sportivo – atleti, dirigenti e società – il rispetto dello Statuto federale, delle norme organizzative interne e dei principi di lealtà, correttezza e probità. La violazione di questi obblighi comporta l’applicazione delle sanzioni disciplinari previste dagli articoli 8 e 9 del CGS, che vanno dall’ammonizione alla squalifica, fino a provvedimenti più gravi come l’esclusione o la retrocessione.
Non solo. L’articolo 6, commi 1 e 2, stabilisce anche la responsabilità diretta e oggettiva delle società, chiamate a rispondere non solo per l’operato dei propri dirigenti e tesserati, ma anche per il comportamento dei sostenitori e per eventuali illeciti commessi a proprio vantaggio.
È alla luce di queste norme che emerge un caso destinato a far discutere nel campionato di Serie D. Dopo una cena “illuminante” negli ambienti romani della FIGC, una domanda sorge spontanea: quanto conta davvero la trasparenza nel calcio?
In questo campionato, il pubblico ha il diritto di sapere che una società si è vista squalificare per quattro mesi il proprio direttore generale per non aver verificato che il direttore sportivo non fosse iscritto all’albo di categoria. E che due dirigenti accompagnatori risultavano sottoposti a DASPO?
Stessa sorte per un consigliere e amministratore delegato, anch’egli squalificato per quattro mesi. E ancora: quattro mesi di stop anche per il presidente della società. Tutti colpiti per la violazione dell’articolo 4, comma 1, e dell’articolo 6, commi 1 e 2, del Codice di Giustizia Sportiva.
E non è finita qui. È ancora pendente il giudizio su altri dirigenti e dipendenti della stessa società: in totale, i procedimenti aperti sarebbero quattro.
Una vicenda che riaccende il dibattito su un tema cruciale: quanto vale davvero la trasparenza nel mondo del calcio?
Se ne parlerà questa sera nella trasmissione Biancorossi, condotta da Andrea De Aloysio.
Commenta