TERAMO – Due interventi diversi, ma una stessa domanda che pesa come un macigno dopo le notti di Ferragosto sulla costa teramana: dove sono gli adulti? Dove sono i genitori?
Le immagini dei soccorsi in spiaggia, dei ragazzi finiti sulle ambulanze per abuso di alcol e sostanze e dei minorenni incapaci perfino di reggersi in piedi hanno acceso un dibattito che non può fermarsi alla cronaca della notte.
Il primo intervento arriva da chi racconta di essere stato in servizio in un lido della provincia di Teramo. Una testimonianza durissima, affidata ai social.
«Stanotte ero di servizio in un lido della provincia di Teramo. Alcol a fiumi e polvere bianca a quintali. Dai ragazzini e ragazzine di 16-17 anni a quelli di 20-30. Spiagge libere prese d'assalto mentre i genitori, parecchi, guardavano dal muretto mentre i loro figli si sfasciavano».
Parole forti, accompagnate da una critica diretta alle famiglie.
«Leggo di qualcuno che si sente risentito quando dicono che la colpa è dei genitori. Ma di chi vuol'essere sennò? Degli zii?».
Nel racconto compare anche un episodio preciso: «Alle 23.30 una ragazzina di 17 anni è stata soccorsa dalla Croce Rossa perché era completamente sfatta ubriaca. Alle 23.30. Manco era iniziata la nottata».
Una denuncia senza filtri, anche nei toni, che fotografa lo sconcerto di chi sostiene di aver assistito direttamente a una notte di eccessi.
Il secondo intervento parte invece da una riflessione più ampia e sceglie un'altra strada. Non quella della condanna dei ragazzi, ma della responsabilità degli adulti.
«Ai genitori. Dove siete?»
È questo l'interrogativo da cui prende le mosse il messaggio di un Maestro di arti marziali. Un educatore. D.C.
«Leggo di Roseto. Spiaggia trasformata in pronto soccorso a Ferragosto. Quasi venti ragazzi portati via in ambulanza per alcol e droga. Prima Alba Adriatica. Otto ragazzi in una notte, tre minorenni, in coma etilico. E poi leggo i commenti pesanti contro di loro. No. I nostri ragazzi non sono da buttare. Sono da recuperare».
Il nodo, secondo l'autore dell'intervento, è nella progressiva scomparsa delle regole.
«Io fino a 18 anni avevo un orario da rispettare. Se tardavo, il giorno dopo non c'era nessuno che mi giustificava. C'era chi mi chiedeva conto. E quel rigore mi ha salvato la vita».
Poi l'affondo: «Oggi li vanno a riprendere in ospedale, in barella. E i genitori, se ci sono, accusano il locale, il sindaco, la società, il gestore, tutti tranne se stessi».
Non una guerra generazionale, dunque, ma una critica al mondo degli adulti.
«La colpa non è dei giovani. È di una società allo sbando. Ed è colpa nostra, di noi adulti, che abbiamo tolto i "no". Abbiamo confuso l'amore con l'amicizia. Un genitore non deve essere amico del figlio. Deve essere genitore».
Una frase sintetizza l'intero ragionamento: «Senza argini, il fiume non diventa più libero. Esonda e distrugge se stesso».
E ancora: «Un ragazzo che non ha mai sentito un "no" a 14 anni, non saprà dirsi "no" da solo a 16 davanti a una bottiglia o a una pasticca».
L'autore porta quindi l'esempio del proprio Dojo e del Karate-Do, dove prima della tecnica vengono responsabilità, disciplina e rispetto.
«Prima di un pugno insegno che se sbagli è colpa tua, non del compagno. Che se arrivi in ritardo manchi di rispetto a venti persone che sono state puntuali. Che il saluto non è una formalità, è rispetto».
Due interventi, dunque, profondamente differenti nello stile. Il primo è rabbia pura di un uomo che è testimone, il secondo prova a trasformare quella rabbia in una riflessione educativa. Ma entrambi finiscono nello stesso punto: la presenza degli adulti.
Perché davanti a ragazzi di sedici o diciassette anni soccorsi da un'ambulanza per aver bevuto fino a perdere il controllo, limitarsi a puntare il dito contro la discoteca, il lido, la spiaggia o la società rischia di diventare troppo semplice.
La sicurezza, i controlli e la repressione dello spaccio restano compiti indispensabili delle istituzioni. Ma esiste una frontiera che nessuna pattuglia può presidiare ventiquattro ore al giorno: quella dell'educazione.
Ed è probabilmente questa la domanda che resterà quando le ambulanze avranno spento le sirene e la spiaggia sarà tornata vuota: quanto sappiamo ancora essere genitori?
Non servono adulti perfetti. Servono adulti presenti. Prima che, nel cuore della notte, a ricordare che qualcosa è andato storto sia una telefonata dall'ospedale.
Foto I A
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