TERAMO – Non è più soltanto una questione di degrado urbano. Quando dalle urla si passa alle bottiglie, dalle minacce ai coltelli e dalle liti al sangue, il livello dell’allarme cambia inevitabilmente.
A Teramo gli investigatori continuano a lavorare sugli episodi delle ultime settimane, cercando di capire se esista un filo comune tra la violenta rissa scoppiata in piazza Martiri e l’accoltellamento avvenuto in via Pannella, davanti al sagrato della chiesa del Sacro Cuore di Gesù.
Al centro degli accertamenti ci sarebbero anche gruppi di giovani di origine magrebina e possibili contrasti maturati per motivi apparentemente banali, rancori personali o tensioni che potrebbero intrecciarsi con il consumo di alcol, sostanze stupefacenti e, in alcuni casi, con il controllo delle piccole piazze dello spaccio. Circostanze sulle quali saranno naturalmente le indagini a dover fare piena chiarezza.
Resta però un dato evidente: la violenza è ormai entrata in luoghi e orari frequentati da famiglie, ragazzi e bambini. L’accoltellamento avvenuto nei pressi del Sacro Cuore ha lasciato sgomenta una comunità costretta ad assistere alle conseguenze di una scena brutale proprio davanti a una chiesa.
Parallelamente continuano le segnalazioni legate alla circolazione di droga, soprattutto nelle zone frequentate dai più giovani e nei fine settimana. Un fenomeno che preoccupa ancora di più quando arriva a lambire gli istituti scolastici e i luoghi della movida.
Gli effetti del disagio si ritrovano poi nei giardini Marcozzi, nella Villa Comunale e in altri punti della città dove, nel tempo, non sono mancate richieste di intervento per giovani in condizioni di forte alterazione psicofisica, episodi di abuso di alcol e sospetti casi di overdose.
Repressione e controllo del territorio restano indispensabili, ma da soli non possono bastare. La sicurezza deve diventare realmente partecipata, costruendo un rapporto continuo tra Forze dell’Ordine, scuola e famiglie.
Il problema, infatti, non comincia con una sirena e non finisce con una denuncia. Comincia molto prima, nei silenzi, nelle frequentazioni che cambiano, nei comportamenti che vengono minimizzati e nei segnali che spesso nessuno vuole vedere.
Per questo la prima barriera resta la comunità: genitori che parlano con i figli, cittadini che segnalano, scuole che osservano e istituzioni che ascoltano. Denunciare ciò che accade non significa alimentare paura, ma impedire che l’abitudine alla violenza diventi parte del paesaggio quotidiano di Teramo.
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