Hiroo Onoda è passato alla storia come l’ufficiale dell’esercito giapponese che rimase nascosto nella giungla dell’isola di Lubang, nelle Filippine, continuando simbolicamente a combattere la Seconda guerra mondiale per quasi 29 anni dopo la fine del conflitto. Non credeva alla resa del Giappone. Pensava fosse propaganda nemica.
A Campli, con tutte le enormi differenze del caso, la politica sembra conoscere una propria versione dell’“ultimo giapponese”.
Federico Agostinelli, commercialista, sindaco e assessore al Bilancio del Comune di Campli, non si è dimesso dopo l’emersione di un disavanzo vicino ai 7 milioni di euro.
La spiegazione politica è ormai nota: la responsabilità non sarebbe sua. Sarebbe il risultato di scelte stratificate, problemi ereditati, passaggi amministrativi precedenti, presente complicato e, con un po’ di fantasia, forse persino futuro.
Nella lunga disamina, però, continua a mancare una frase semplice. Una di quelle che in politica pesano più di cento relazioni tecniche:
«Scusate, ho sbagliato».
Non significa attribuirsi responsabilità contabili o giuridiche che dovranno eventualmente essere accertate nelle sedi competenti. Significa assumersi una responsabilità politica.
Nelle nostre franche conversazioni ho consigliato ad Agostinelli, con la stessa chiarezza con cui si parla a una persona che si stima, di valutare le dimissioni.
Non come ammissione di colpa.
Come gesto.
Come segnale.
Come riconoscimento di una vicenda amministrativa che, per dimensioni e conseguenze, non può essere archiviata con un semplice gioco di attribuzione delle responsabilità.
Quel gesto, almeno fino ad oggi, non c’è stato.
Nel frattempo sullo sfondo resta anche la surreale atmosfera di una vicenda nella quale aleggia la figura dell’Arsenio Lupin di noialtri, indagato tra terra e mare, mentre la politica continua a interrogarsi su chi abbia sbagliato, quando abbia sbagliato e soprattutto su chi debba pagare il conto delle decisioni prese negli anni.
Alla fine, però, la domanda è più semplice.
Di chi è la responsabilità politica?
Degli amministratori?
Di chi controllava?
Di chi non ha visto?
Di chi ha visto e non è intervenuto?
Oppure, in ultima analisi, anche degli elettori, della nostra capacità di accettare tutto e della considerazione sempre più elastica che abbiamo delle istituzioni e del rispetto dovuto ai cittadini?
Agostinelli non è l’ultimo giapponese.
Probabilmente non è neppure il penultimo.
Perché nella politica italiana la resa davanti all’evidenza resta spesso l’ultima delle opzioni.
E allora torna utile una delle frasi più celebri di Alessandro Manzoni:
«Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare».
Nemmeno con sette milioni di buone ragioni.
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