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Centocinquantesimo

di Pietro Ferrari
24 minuti

Lentamente ho capito che non di “Risorgimento” bisognerebbe parlare ma di “Rivoluzione italiana”, anzi in Italia: Il concetto di Risorgimento come “Rivoluzione Italiana” è stato rimosso dalla storiografia del Novecento che ha cercato di “istituzionalizzare” questo termine, depurandolo dalla sua carica eversiva. Il popolo reale era cattolico ma le élites erano pervase dai Lumi già accesi con le rivoluzioni in Inghilterra, Stati Uniti e Francia. A differenza di altre nazioni, l’Italia reale è fatta di mille dialetti e campanili (con diecimila campanilismi), di Comuni, di tante antiche capitali, principati, ducati, vescovadi eredi della vocazione universale dell’Impero Romano prima e della Chiesa Cattolica poi. L’Italia è sempre stata divisa tra guelfi e ghibellini, lazzari e giacobini, monarchici e repubblicani, savoiardi e briganti, fascisti e antifascisti, comunisti ed anticomunisti, cattolici e “laici”, "tifosi" di Coppi e Bartali, berlusconiani e antiberlusconiani. Lo storico Franco Cardini si è chiesto: “Cosa dobbiamo festeggiare? Un Regno che cambiò tre capitali in dieci anni e chiuse il Papa per sessanta anni in Vaticano? La conquistata sovranità quando oggi tra Unione Europea, NATO e organismi sovranazionali, il nostro Paese l’ha perduta da un pezzo? L’unico processo serio di ‘nazionalizzazione delle masse’ lo fece il Fascismo che col suo crollo, travolse pure quel po’ di patriottismo che stava ‘facendo gli italiani’”. Per tanti anni il solo cantare l’Inno di Mameli o lo sventolare il tricolore, ha comportato l’essere bollati come “fascisti”. Non è un mistero che il ritrovato patriottismo di certi partiti politici (che oggi hanno sostituito con l’Inno di Mameli altri “inni” come l’Internazionale all’inizio dei loro congressi), sia dovuto essenzialmente a motivi tattici: marcare di impresentabilità la Lega, salvo poi considerarla una “costola della sinistra” quando la stessa può mettere in fibrillazione l’alleanza con Silvio Berlusconi. Nel secondo dopoguerra la Patria è stata “patrigna” avendo negato dignità e riconoscimento all’unico genocidio subito dagli italiani, avvenuto in Istria e Dalmazia; la Patria “patrigna” dimenticò di raccontare nelle pubbliche scuole la pulizia etnica che subirono oltre 300.000 italiani al confine orientale. Suona allora quasi beffardo oggi, l’esplicito ed infastidito disinteresse della Provincia di Bolzano espresso da Luis Durnwalder, che non parteciperà a nessuna celebrazione per il 150°, considerando se stessa un pezzo di Austria. L’Italia abbandonò i suoi figli per non pagare i danni di guerra alla Jugoslavia di Tito ed oggi si tiene i figli dell’Austria, pagandoli profumatamente per farli restare in Italia. Quando allora Giuliano Amato parla di “festeggiamenti operosi” o Confindustria e sindacati fanno notare che non avremmo pututo permetterci un lungo ponte festivo per le celebrazioni del 17 marzo (come se non ne valesse la pena), diventa chiaro che questa ricorrenza non incontra diffidenze soltanto “per colpa della Lega”, ma magari “per colpa” delle troppe contraddizioni storiche e delle troppe questioni irrisolte che ancora suscita. Con buona pace dei guitti sanremesi, complici di una storiografìa giullare che chiamò "plebiscito" la votazione di un cittadino su cento davanti ai militari coi fucili in vista, che custodivano due urne con le scritte SI e NO. Invece di improvvisare discutibili e costosissime "lezioni", Roberto Benigni avrebbe potuto fare questa semplice battuta: "Centocinquantanni sono più o meno gli anni di Morandi e Vecchioni". Centocinquantesimo per fanfare, bande, marcette e banalità protocollari? Per esaltare Vittorio Emanuele II quando i suoi discendenti per decenni sono stati mandati in esilio dalla Costituzione repubblicana? No, meglio spendere l’Anniversario per la riflessione e per porre questioni antiche e questioni attuali, lanciando alle ortiche l'ipocrisìa di una ricorrenza che a rigore dovrebbe riguardare la nascita del Regno d'Italia, non la Nascita dell'Italia. La Casa Editrice "Controcorrente" di Napoli ha pubblicato numerosi volumi negli ultimi anni, che dimostrano come l'unità nazionale sia avvenuta contro la volontà degli Stati preunitari e attraverso una guerra di annessione perpetrata da una dinastìa che parlava in francese e che considerava i meridionali, più "marocchini" che italiani. Tesi oggi sposata da un insospettabile Sergio Romano che col suo "Finis Italiae", descrive, non troppo rammaricato, proprio il declino dell'idea risorgimentale nell'Italia di oggi.

Guerra ai terroni
 
E' sempre più difficile oggi negare che la famosa Questione Meridionale, sia nata solo a seguito della vittoria militare sabauda. Come ha notato Pino Aprile intervistato da Il Giornale: “Se davvero a fine Ottocento i meridionali erano poveri, arretrati e oppressi, perché mai reagirono contro i “liberatori” venuti dal Nord con una guerra civile durata a lungo e successivamente con la fuga, emigrando? Solo dopo molti anni ho pensato di farne un libro. Mongiana, in Calabria, era la capitale siderurgica d’Italia e oggi contende alla confinante Nardodipace lo scomodo primato di Comune più povero d’Italia. I mongianesi, sra dicati dal loro paese, si sono trovati a lavorare nelle fonderie del Bresciano: 150 famiglie, circa 500 persone, solo a Lumezzane, che è ormai la vera Mongiana. Dove prima 1.500 operai e tecnici siderurgici specializzati ren­devano autosufficiente l’industria pesante del Regno delle Due Sicilie, adesso non è ri masto neppure un fabbro. Il più ricco distretto minerario della penisola fu soppresso dal governo unitario per un grave difetto strutturale: si trovava nel posto sbagliato, nel Meridione. Il Sud non doveva far concorrenza al Nord nella produzione di merci. E questo fu imposto con le armi e una legislazione squili brata a danno del Mezzogiorno. La vicenda di Mongiana è esemplare, nell’impossibilità di raccontare tutto. Ma accadde la stessa cosa con la cantieristica navale, l’industria ferroviaria, l’agricoltura. I Savoia si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Mentre un’esigua minoranza, non più dell’1-2 per cento della popolazione, era animata dal pio desiderio di unificare l’Italia, loro ne avevano l’impellente necessità: strozzati dai debiti, potevano salvarsi solo con l’invasione e il saccheggio del Sud. Lo scrisse nel 1859 il deputato Pier Carlo Boggio, braccio destro di Cavour: “O la guerra o la bancarotta”. Fino al 1860, per ben 126 an ni, i Borbone mai aumentarono le tasse. Nel Regno di Napoli erano le più basse di tutti gli Stati preunitari ed erano solo cinque…..I soldi del Sud ripianarono il buco del Nord. Al tesoro circolante dell’Italiaunita, il Regno delle Due Sicilie contribuì per il 60 per cento, la Lombardia per l’1 virgola qualcosa, il Piemonte per il 4. Negli Sta ti via via annessi all’Italia nascente, appena arrivavano i piemontesi spariva la cassa”.
Insomma, sarebbe bello per par-condicio, se fosse proiettato di questi tempi anche il film “E li chiamarono briganti” di Pasquale Squitieri, ma dubito che la cosa sarebbe gradita a Giorgio Napolitano.
Questi erano i tratti di uno Stato plurisecolare, abbattuto perché arretrato e “oscurantista”: nel 1763, primo Cimitero italiano per i poveri; 1781, primo Codice Marittimo nel mondo; 1801, primo Museo Mineralogico del mondo; 1818, prima nave a vapore nel mondo "Ferdinando I"; 1819, primo Osservatorio Astronomico in Italia a Capodimonte; 1835, primo istituto italiano per sordomuti; 1839, prima ferrovia italiana, tratto Napoli-Portici e prima illuminazione a gas di una città italiana; 1852, primo telegrafo elettrico in Italia (inaugurato il 31 luglio) e primo esperimento di illuminazione elettrica in Italia a Capodimonte; 1856, primo premio internazionale per produzione di pasta e primo sismografo elettromagnetico nel mondo costruito da Luigi Palmieri.
La più grande industria navale d'Italia per numero di operai (Castellammare di Stabia, 2000 operai); primo tra gli Stati italiani per numero di orfanotrofi, ospizi, collegi, conservatori e strutture di assistenza e formazione; la più bassa percentuale di mortalità infantile in Italia; prima città in Italia per numero di teatri (Napoli); prima città d'italia per numero di conservatori musicali (Napoli); primo "piano regolatore" in Italia, per la città di Napoli; prima città in Italia per numero di tipografie (113, Napoli); prima città d'Italia per numero di pubblicazioni di giornali e riviste (Napoli); la più alta quotazione di rendita statale (120% alla Borsa di Parigi); maggiore quantità di lire-oro conservati nei Banchi Nazionali: nell'autorevole testo di Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze (Napoli. ed. Pierro 1903), a pag. 292 si legge: ...le monete degli antichi Stati italiani al momento dell'annessione ammontavano a 668 milioni di lire-oro cosi ripartiti:
 
Regno delle Due Sicilie: 443,2 milioni
Lombardia: 8,1 milioni
Veneto: 12,7 milioni
Ducato di Modena: 0,4 milioni
Parma e Piacenza: 1,2 milioni
Stato Pontificio: 90,6 milioni
Regno di Sardegna: 27 milioni
Granducato di Toscana: 85.2 milioni
totale: 668,4 milioni
 

Essere fieri oggi, come italiani meridionali, di quello che fu il Regno di Napoli è assolutamente doveroso ma che cosa significa in concreto, dato che non esiste più? Significa forse auspicare il ritorno al trono di un discendente rampollo restaurando la monarchìa? E perchè quella borbonica e non quella dei discendenti dei normanni o degli Angiò? Con quale capitale? Melfi, Palermo o Napoli? Oppure significa valorizzare la storia e le potenzialità del Sud? Significa volere la secessione o desiderare lo sviluppo economico imparando dagli errori ed orrori risorgimentali come il campo di concentramento a Fenestrelle o la Legge Pica? Magari significa immaginare che se i Borboni fecero costruire dei ponti che collegavano le isole Tremiti e il primo ponte di ferro d’Italia sul Garigliano, come la prima ferrovia italiana “Napoli-Portici”, forse oggi avrebbero già fatto fare il Ponte sullo Stretto e magari pure le centrali nucleari. Se il teatro San Carlo fu costruito in soli 270 giorni ed è ancora oggi un capolavoro, magari la lentezza della “Salerno - Reggio Calabria” non attiene a “pigrizie etniche” o a “tare culturali”, ma a qualcosa di diverso, magari ad una acquisita tendenza a “chiagnere e fottere” alla faccia dell’antico colonizzatore. I Borboni fecero i canali di scolo per drenare le acque a Sarno e Quindici, non costruirono sulle colline le città come i loro pessimi successori. Io sono meridionale ed europeo....e fra queste due identità crescenti vi è il fatto che io sia, italiano, meridionale e romantico, perche ogni tanto mi va di sentire l’Inno di Paisiello. 

Guerra alla Chiesa

Nonostante "L'Araldo Abruzzese" celebri il garibaldino atriano Baiocchi, dimenticandosi invece del Santo Gabriele dell'Addolorata che nel 1860 ad Isola del Gran Sasso disarmò due garibaldini come non avrebbe saputo fare neanche il Chuck Norris televisivo, il cosiddetto Risorgimento è stato una vera e propria guerra contro la Chiesa. La storiografia si è poco occupata di raccontare le gesta di coloro che partirono volontari per difendere lo Stato Pontificio, colpiti da una damnatio memoriae necessaria per non infastidire gli stampatori degli opuscoli per il "centocinquantesimo". L’ultimo Papa-Re, Pio IX (definito da Garibaldi “metro cubo di letame”) nell’Enciclica Nostis et nobiscum denunciava come il fine del “Risorgimento” fosse quello di distogliere gli animi degli italiani dalla fede cattolica, per introdurre lo spirito della Riforma Protestante che a causa della Controriforma non aveva potuto trasformare la società italiana nei secoli precedenti. La Massoneria in effetti introdusse l’insegnamento ateo nelle scuole, confiscò i beni ecclesiastici e i conventi, laicizzando anche matrimoni e funerali. Non fu per caso che tra i primi a varcare Porta Pia vi fu un certo Luigi Ciari, valdese, con un carretto di bibbie protestanti trainato da una bestia che aveva chiamato “Pionono”. L’Italia “oscurantista” era divisa sotto tanti governi ma unita sotto un’unica fede. Il crollo dello Stato Pontificio ad esempio, fu auspicato anche da quelle comunità che avrebbero potuto emanciparsi maggiormante in uno “Stato Laico”, assumendo sempre più potere, ed infatti il contributo della comunità ebraica alle lotte risorgimentali e alla costruzione dello Stato unitario è stato rilevante ed è “raccontato” attraverso testimonianze, testi, immagini, lettere, cartoline, illustrazioni, disegni, documenti, sonori e video. È l'iniziativa multimediale dell'Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche (Iccu), online su CulturaItalia, portale del ministero per i Beni culturali, sezione: “Stella di David e Tricolore, gli ebrei e la costruzione dell'Italia unita”. In Italia il percorso di realizzazione nazionale è avvenuto contro le sue tradizioni politiche e religiose, contro il Suo stesso Popolo, a differenza che in Spagna o in Irlanda. San Francesco d’Assisi, Santa Caterina da Siena, San Carlo Borromeo, San Filippo Neri, Sant’ Alfonso Maria De’ Liguori, San Giovanni Bosco, San Pio X sono stati dei grandi italiani, non meno del Conte di Cavour, di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, ma anche profondamente cattolici.                                                                                                                                        

Roma non era semplicemente la capitale di uno Stato, ma la Città Santa, sede del Vicario di Cristo, una capitale universale, la capitale di una Civiltà (in cui furono scritti i Vangeli e gli Atti degli Apostoli), come lo fu quella dei Cesari. A Porta Pia non si consumò la resa dei conti tra italiani e anti-italiani, ma si compì l’assedio contro l’Italia Cattolica finanziato dai quattrini inglesi. Molto lucidamente il prof. Roberto De Mattei ha avuto modo di esporre che: “La cattolicità la rendeva (l’Italia n.d.r.) refrattaria a ogni forma di nazionalismo, perché esprimeva una tendenza universalistica a trascendere i propri confini geo-politici. I campi in cui l’Italia diede il meglio di sé furono quelli meno legati, per loro natura, a una dimensione nazionale, come la musica, l’arte, l’architettura. La stessa letteratura italiana, come è stato notato, fu tanto più vigorosamente europea quanto più debolmente nazionale. L’identità nazionale italiana coincideva paradossalmente con la sua universalità. Nel 1796, l’armata di Napoleone pretese di sostituire all’identità tradizionale italiana, fondata sull’unità della fede religiosa e sulla pluralità delle istituzioni regionali, una nuova identità, astrattamente derivata dalla Rivoluzione Francese. Alla “patria reale” si sostituì una patria “filosofica”, che facendo proprie le tesi della Rivoluzione francese, attribuiva alla nazione la fonte di ogni legalità. Il termine di nazione subì, come quello di patria, una trasformazione semantica. La nazione coincise con la democrazia repubblicana e divenne un paradigma politico a cui tutto era subordinato. La parola Risorgimento iniziò a diffondersi nel triennio giacobino 1796-1799 con un significato ideologico, e perfino con una risonanza religiosa, per indicare il processo di rinascita che avrebbe dovuto portare all’unificazione della penisola italiana. L’uso del termine si inquadrava nella filosofia della storia illuministica, per annunciare la risurrezione della nazione italiana, dopo secoli di oscurità. Analoga alla parola Rivoluzione e a quella Rinascimento… Il giornale del conte di Cavour, Il Risorgimento, consacrò, nel 1847, la formula politica destinata a entrare nella storia. L’impronta ideologicamente rivoluzionaria del Risorgimento si esprime nella sua politica religiosa. Malgrado l’art. 1 dello Statuto Albertino del 1848, poi recepito dal Regno d’Italia, riconoscesse ufficialmente la religione cattolica come unica religione dello Stato, le leggi Siccardi degli anni Cinquanta e le altre che ad esse seguirono, attuarono lo scioglimento di ordini e congregazioni religiose, la soppressione di conventi, l’esproprio dell’asse ecclesiastico, l’espulsione dalle loro diocesi di più di cento vescovi. Alessandro Manzoni nel suo paragone tra la Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859, criticò la Rivoluzione Francese per la sua illegittimità costituzionale, ma sembrò ignorare il fatto che la Rivoluzione Italiana non solo si compì attraverso la violazione della legalità internazionale, con la conquista armata del Regno del Sud, ma si caratterizzò per una oggettiva discriminazione ideologica ai danni della Chiesa Cattolica. Fu questa la principale ragione dell’opposizione al Risorgimento di Pio IX, il quale si era mostrato in un primo momento favorevole al progetto federalista neoguelfo, ma dovette opporre il suo “non possumus” al secolarismo risorgimentale”. La studiosa Angela Pellicciari ha scritto diversi libri che documentano l'anticattolicesimo dei vari "Padri della Patria" e non mi sorprese che quando venne l'anno scorso a Teramo per un convegno, gremito di persone, nessuna "autorità" politica pensò di parteciparvi.

Lezioni dal passato e sguardi nel futuro

Il calcio in Italia assume connotati simbolici perchè è l'unico momento in cui gli italiani si uniscono al di là di qualsiasi differenza, è l'unico momento in cui quello italiano sembra essere un Popolo pur non sapendo il perchè. Perciò è un momento potenzialmente “positivo”. Il motivo per cui lo sport possa tanto è semplice: il calcio va a sostituire vuoti di valori nazionali più grandi… un anelito c'è e sono convinto che bisogna partire dai momenti di partecipazione di massa per comprendere come costruire l'Italia del Domani. La storia travagliata ma anche nobile della nostra indipendenza nazionale è finita l’8 settembre del 1943. L’Italia che scaturì da quel disastro si è data un altro mito fondante, quello della Resistenza e della Costituzione, ancora più debole e discutibile del mito risorgimentale. Le polemiche culturali sono fondamentali sia il 2 giugno che l’otto di settembre, sia il 25 aprile che il 20 settembre, perchè ci sono storie negate e letture articolate “delle” storie che hanno diviso gli italiani (che erano divisi pure quando avevano lo stesso nemico), ma non quando c'è un evento nazionalpopolare, seppur effimero come la nazionale di calcio che scende in campo, che raduna milioni di persone che parlano la medesima lingua (per la cronaca...in Irlanda i patrioti irlandesi parlano la lingua inglese perchè il gaelico lo sanno in pochissimi). Io avrei voluto che la nostra Patria si fosse unita diversamente, ma ora c'è ed è questo il punto: dobbiamo sfasciarla completamente perchè è stata fatta male o dobbiamo cercare di contribuire ad edificarla meglio, magari capendo definitivamente dopo 150 che sarebbe stato preferibile dall’inizio un modello federale? Io deploro il secessionismo, che farebbe solo il bene della Lombardia facendo diventare il Sud come l'Angola, e intuisco tralaltro, che se la Massoneria 150 anni fa volle unire col giacobinismo savoiardo l'Italia, oggi magari la vuole spaccare. Così come volle spaccare l'Europa delle Aquile e delle Croci per poi riunirla coi burocrati e i banchieri. La secessione significa che il Sud, dopo essere stato distrutto e colonizzato, viene gettato via essendoci oggi altri "mercati" da invadere. Difendere però l’assistenzialismo (o il furbesco autonomismo ma coi soldi altrui), significa non accettare le sfide globali alle quali è impossibile sottrarsi…e pensare che la prima cattedra di Economìa con Genovesi fu proprio a Napoli. Il Sud da oltre cinquanta anni ha un gap nei confronti del Nord che è rimasto identico nonostante le politiche assistenzialistiche, o magari proprio a causa di queste. Pertanto non può essere un alibi permanente quello del “massone Garibaldi” e del “Risorgimento antimeridionale” se non ci sarà uno scatto di orgoglio, un cambio di mentalità unito alla visione di una prospettiva che miri a valorizzare le risorse del Mezzogiorno d’Italia. Luca Ricolfi ha dimostrato che un federalismo egoistico e radicale lascerebbe 50 miliardi di euro ogni anno al nord: un Nord tra le prime potenze mondiali e un Sud da Terzo Mondo. Nonostante tutto ciò, è fondamentale sapere che la questione meridionale non esisteva 150 anni fa: il Consiglio naziona le delle ricerche ha dimostrato che prodotto lordo e pro capite erano uguali al Nord e al Sud. I meridionali, con un terzo della popola zione, diedero circa la metà dei caduti nelle trincee della prima guerra mondiale. Questo è l’orgoglio del Sud, da cui ripartire. Anche il nord ebbe modo di lamentarsi dopo la “malaunità”: in Veneto e successivamente e più diffusamente nel Trentino, si ebbe modo di confrontare amaramente la buona amministrazione austriaca e quella italiana. Buon Centocinquantesimo allora, nella speranza che la propaganda lasci spazio alla critica e che dalle storie negate risalga la voglia di verità e con essa la dignità di sentirci tutti italiani, però in uno Stato capace di includere la pluralità e la contraddizione, la complessità di un percorso storico accidentato e ancora in divenire, con la necessità di riconoscere le piccole patrie che hanno radici antiche. 


Post Scriptum... La Massoneria celebra l’Unità d’Italia:
 

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Conosco Pietro e le sue idee in merito a questi giorni di festeggiamento dell'Unità Nazionale. Nonostante la mia diversità di vedute (Pietro sa del mio essere monarchico e filosabaudo), gli riconosco comunque una cultura, un'onestà intellettuale, una conoscenza storica e una capacità d'analisi davvero eccellenti.
IL FALSO PATRIOTTISMO SINISTROIDE: Nel 1971 usciva Nel nome del popolo italiano. Sul finire del film, il giudice (rosso) Mariano Bonifazi si ritrova tra le mani la prova dell’innocenza dell'industriale (nero) Lorenzo Santenocito la cui condanna era già segnata. Dino Risi fa smuovere l'animo del magistrato che decide di presentare la prova e graziare l'inquisito. Ma il gol di Boninsegna durante Italia-Germania gli fa cambiare idea. Cosa lo ha disturbato? Tutti quei tricolori esposti alle finestre degli italiani. Alle ultime manifestazioni il Pd è sceso in piazza impugnando le bandiere italiane. A Sanremo l'Inno di Mameli cantato da Roberto Benigni ha fatto il record di ascolti. Nel linguaggio della sinistra "spuntano" le parole unità e patria. Viene da chiedersi se c'è stata una svolta nazionalista. E il motto "proletari di tutto il mondo unitevi" dov'è finito? E il partigiano di Bella ciao? E le bandiere rosse con la falce e il martello? Tutto ben nascosto nell'armadio di casa. Al libretto rosso di Mao, adesso preferiscono la Costituzione. "Riprendiamoci la nostra bandiera", aveva gridato l'Unità l'anno scorso. E dietro tutti gli ex comunisti pronti a darsi una verginità nuova. Ma va ricordato: da sempre alla sinistra internazionalista la patria fa schifo, l'Inno d'Italia piace ancor meno e il tricolore è meglio bruciarlo in piazza. "E' per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più", diceva Palmiro Togliatti. La verità è che la sinistra ha sempre snobbato certi temi, e certi amori. E non parliamo di preistoria della prima Repubblica. Anche in tempi più recenti. Nel 1989, quando Achille Ochetto era segretario del partito e Nilde Iotti sedeva sullo scranno più alto di Montecitorio, il Pci stava per cancellare la norma che prescriveva di aprire i congressi con l’Inno di Mameli (e già veniva suonato soltanto dopo l’Internazionale e Bandiera rossa). Non che nel Pds, invece, i compagni si stringessero a coorte. Anzi. Negli stessi anni, Massimo D'Alema preferiva Ennio Morricone a Mameli spiegando che quanto scritto nello statuto del partito era solo "un’indicazione, un consiglio" ormai decaduto. Anche durante i mondiali orientali del 2002 l'Unità di Furio Colombo solidarizzava con i calciatori che (per ignoranza o per volere) non cantavano Fratelli d'Italia prima della partita. Poi è cambiato tutto. Walter Veltroni ha portato avanti un'intera campagna elettorale (oltre cento tappe) a intonare l'Inno. Il Pd ha dato una spolverata di bianco e verde al rosso onnipresente alle feste democratiche. Pure la parola Unità è scomparsa. Sabato pomeriggio, in piazza per difendere la scuola pubblica (un tempo anarchici e radicali la volevano distruggere dalle fondamenta) e la Costituzione, il centrosinistra sventolava il tricolore. Il segretario Pierluigi Bersani li ha ribattezzati "patrioti". C'è chi dice che sia una mossa elettorale in antitesi al credo leghista. Ma a smontare i nuovi abiti indossati dal Pd ci ha pensato il filosofo Massimo Cacciari: "Il centrosinistra è stato spinto quasi per necessità verso la rivendicazione di valori attribuibiliin senso lato a Patri a e Nazione, nel quadro di un confronto politico con la Lega". Insomma, tutta retorica. Quella sbandierata dai democratici non è la bandiera che unisce tutti gli italiani sotto un unico cielo. E' quella che getta fango su chi non la pensa allo stesso modo, che odia chi non si oppone al regime berlusconiano, che non dà spazio al libero pensiero (specie se questo è espresso sulle reti Rai), che preferisce i "nuovi italiani" ai vecchi, che lavora sotto banco per sovvertire il volere popolare. Quello cantato dai democratici non è l'Inno che unisce i fratelli pronti alla morte quando la Patria chiama. E' quello che stona in piazza dieci, cento, mille Nassiryia, che sta dalla parte dei rivoltosi anziché dei poliziotti che "tengono" famiglia, che urlano diktat di dimissione sulle colonne dei quotidiani amici. E allora: viva l'Italia! Per dirla con De Gregori: Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre, l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre, l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste, viva l'Italia, l'Italia che resiste.
L'italia unita è una iattura senza pari! Secessione subito!
Il dibattito che si è aperto per i 150 anni dell’unità d’Italia sembra limitarsi sull’opportunità o meno dell’unificazione dei vari Stati preunitari e sulla situazione sociale, economica e dinastica di questi Stati. Non si parla invece della natura più profonda del risorgimento, cioè una rivoluzione cha ha colpito e sovvertito la civiltà cristiana della Penisola. Le idee rivoluzionarie erano già presenti nelle corti delle monarchie assolute, con degli errori che minavano la libertà della Chiesa (realismo, giuridizionalismo, gallicanesimo, giuseppismo, ecc.) e rafforzavano la presenza delle sette anticattoliche nella società. Nel periodo giacobino e napoleonico si gettarono le basi per l’azione rivoluzionaria portata poi a termine dal risorgimento: colpire il cuore della Cristianità con l’attacco al Papato, e sradicare i popoli della Penisola dalla Fede cattolica che la Controriforma aveva difeso e consolidato. San Carlo Borromeo è il simbolo dell’Italia tridentina che fu aggredita e sconvolta dal risorgimento, ancorata all’insegnamento ricevuto direttamente dai Santi Pietro e Paolo, che a Roma predicarono e morirono. Garibaldi è invece il simbolo del risorgimento settario e anticlericale, negatore della tradizione religiosa e civile della Penisola, finanziato dall’Inghilterra antipapale, animato dalle logge massoniche, benedetto dalle sette protestanti. Un “risorgimento” degli elementi più avversi ed estranei alla storia e alla natura della Penisola, col relativo “seppellimento” della sua natura più profonda: quella cattolica, papale, e tridentina. Ecco quindi significato del titolo della conferenza: Garibaldi contro San Carlo Borromeo, la massoneria contro la civiltà cristiana, il protestantesimo contro la fede cattolica. “… I fatti dicono che il patriottismo massonico non è che un egoismo settario, bramoso di tutto dominare, signoreggiando gli Stati moderni che nelle mani loro raccolgono ed accentrano tutto. I fatti dicono che, negl'intendimenti della massoneria, i nomi d'indipendenza politica, di uguaglianza, di civiltà, di progresso miravano ad agevolare nella patria nostra l'indipendenza dell'uomo da Dio, la licenza dell'errore e del vizio, la lega di una fazione a danno degli altri cittadini, l'arte dei fortunati del secolo di godersi più agiatamente e deliziosamente la vita, il ritorno di un popolo redento col divin sangue alle divisioni, alle corruttele, alle vergogne del paganesimo”. (Leone XIII, Enc. “Inimica vis”, 1892).
Pie', è il momento che Tu scriva un libro su queste cose.
Che il processo che ha portato all'unificazione dell'Italia non sia stato tutto questo bell'esempio ma sia costellato di scelleratezze anche criminali, ormai non è un segreto più per nessuno. MA A ME CHE HO 50 ANNI E CHE SONO STATO IMBOTTITO DALLA CULTURA RADICAL-CHIC DOMINANTE IN ITALIA DI TUTTE QUELLE STR....ATE SU RISORGIMENTO & CO. CHI MI RIPAGA PER ESSERE CRESCIUTO NELLA PIA ILLUSIONE DI QUANTO BELLO FOSSE IL RISORGIMENTO ITALIANO????????????? E SE POI CI METTIAMO CHE IO MI SONO BECCATO ANCHE IL BATTAGE ULTRAQUARANTENNALE SULLA RESISTENZA DA PARTE DI COLORO CHE IN REALTA' CI STAVANO CONSEGNANDO ALL'ABBRACCIO MORTALE DEL GRANDE FRATELLO ROSSO GRAZIE AL.........MIGLIORE.......CHE SCHIFO CERTI INTELLETTUALI E POLITICI CHE OGGI MAGARI RICOPRONO ANCHE ALTE CARICHE DELLO STATO..POVERA ITALIA!!!!!!!!!!!
Pensieri sparsi. -Senso comune, un pensiero diffuso, universalmente accettato, o anche solo da una vasta maggioranza. Non è detto che esso incarni la verità, esprima un pensiero di accertabile verità, ma è anche espressione di una cultura diffusa, diciamolo pure, vincente e convincente. Se vai in giro a dire “viva il Borbone” molti cominceranno a dubitare della tua salute mentale. “ Si ma il Borbone fu l’espressione di un assolutismo illuminato, tante le opere…” “ Lascia perdere, vedi di curarti…” e via via celiando. -Nel 1969, quando fu pubblicata, ci piacque molto la Storia d’Italia di Denis Mack Smith, lo storico inglese oggi novantenne, che con rigore storico, prosa scorrevole e molto sarcasmo, diede la propria versione della storia patria, demistificando luoghi comuni e soprattutto abbattendo la retorica patriottarda sempre dura a morire. Piacque a molti a sinistra ma non a tutti, fece sobbalzare dalle loro cattedre storici di comprovato rigore, piacque a Montanelli. Fu una boccata di aria buona ma lasciò anche un retrogusto amaro. Mack Smith è stato uno storico rigoroso ma con una sua mission: cercare nella storia dell’Italia, di cui era innamorato, le ragioni di un disegno storico mai venuto a vera compiutezza. Tali ragioni non stanno tra i profumi silvestri della fortezza civitellese. Sicuro. - Il finale brutto e ipocrita. Dopo aver tutto distrutto e tutto messo in discussione non vale appellarsi all’orgoglio meridionale. Che roba è? Quali sono le sue radici? Nel pensiero critico e nel pluralismo delle idee: ben detto sono d’accordo, alla faccia della coerenza, perbacco.
...non mi avete aiutato. Stamane vi ho letto e....come per un cencio strappato non so da che parte ricucirlo. Dati storici, il primo, il primo, il primo......ma la storia a quale profondità di memoria mi deve portare: cento, duecento, trecento, mille , duemila anni addietro... A me sembra che la storia, la memoria, non possa essere sezionata a piacere....quel tal dei tali stava bene ma il pancreas no!!!! Dico che, accettando per vero tutti i primati del meridione ...forse si era in ritardo con una parte di Europa, forse c'erano processi di democrazia che nel Sud tardavano, fattori produttivi che ci ponevano in ritardo rispetto ad altri: questo per dire che il Meridione aveva delle eccellenze - quanta retorica sulla Napoli-Pompei ,ma anche arretratezza infinita: i latifondi, la scolarizzazione, le comunicazioni..... Vorrei chiedere, se l'architettura è specchio, quali opere civili memorabili, per es., del settecento abbiamo nelle cittadine periferiche del meridione e quali nel resto d'Italia....e se anche questo non è segno di benessere diffuso ...o meno. Garibaldi si fece una "passeggiata" perchè ai Meridionali difendere i Borboni non fregava nulla. Ad oggi, prosaicamente e come esperienza comune, al bagno, nell'espletare bisogni corporali, lascio un cattivo odore ..ma non per questo rinuncio dall'andarci.... Per riprendermi , sicuramente nella storia non c'è una ragione, ci sono tante parti, tanti interessi e tante ragioni ma è la somma che fa la sostanza.......io con il tricolore, anche se non sono di destra (che cos'è la destra e che cos'è la sinistra)...mi emoziono...-.a me mi piace. Buona giornata
@ portobello: coloro che hanno combattuto nella Resistenza (con la iniziale maiuscola) sono state persone che hanno rischiato la pellaccia per liberarci da una dittatura che ci aveva condotto (a fianco del fiero alleato Adolfo il Germanico) in una guerra non nostra, e lo hanno fatto per salvare l'Italia. Ti correggo finanche storicamente segnalandoti che la Resistenza (sempre con l'iniziale maiuscola) era propugnata da bande partigiane che nulla avevano da spartire con l'ideologia rossa a cui tu ti riferisci (Mai sentito parlare di Edgardo Sogno, delle bande Liberali, dei cattolici che salirono in montagna con il fucile e con il crocefisso, mentre i preti pontificavano sull'uomo della provvidenza? Ti correggo ulteriormente sul Risorgimento (anche questo con la lettera maiuscola), figlio di grandi pensatori dell'ottocento, e nato sulle sofferenze dello Spilberg e dei vari Pellico, Confalonieri, Pisacane, Garibaldi. Finanche ti comunico una novità che tu penso non conosca: cosa unisce idealmente Pellico, Pisacane, Garibaldi, i fratelli Rosselli, Gramsci, Pertini, De Gasperi, Longo, De Nicola? Ti rispondo con le parole di Edmondo De Amicis (libro Cuore) nell'episodio in cui il Direttore Scolastico accoglie a Torino (Piemonte, regione ITALIANA...) il piccolo Calabrese (Calabria, regione ITALIANA): "Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all'Italia degli uomini illustri, e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati; in una delle più belle terre della nostra patria, dove son grandi foreste e grandi montagne, abitate da un popolo pieno d'ingegno, di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non s'accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli." ...Ma forse attualmente è puù facile beatificare Berlusconi e Bossi.....e stringere ideali patti di fratellanza con ragazze Tunisine o Dominicane.... a tempi minori, figuri minori.... ad maiora...
Superfluo ed offensivo all'intelletto sarebbe aggiungersi a quel retorico coro che esalta il popolino. Un coro indubbiamente magnetico che vede tante persone seguirlo, festanti, a ruota. Le storie cantate sono quelle di "uomini che fecero l'Italia", non la fecero da santi ma lo diventarono. Lo diventarono perché si ritenne, e si ritiene tuttora, che quello fu un momento fondante. Fondante di un sincero moto di unione; fu un'ampissima e totalizzante storiografia che lo volle sincero e sopratutto unitario e condiviso, sentito come tale da un intero popolo. Rappresentazione assolutamente fittizia, che non fa fede ad un processo che effettivamente fu di conquista manu militari e assolutamente non innervato da connotati pop. Era una conquista borghese, orchestrata da una avvocatura nordica. Fu un processo voluta dalle libere professioni e da un'aristocrazia che aveva perso da tempo la scarpetta rossa. Fu il soldo dei Savoia, la flotta inglese e un pragmatico gioco diplomatico del francofono Cavour. Ma aldilà di come possa essere letto il processo di unificazione penso, anzi credo, che vi sia dell'iniquo nel pavoneggiarsi di una non italianità. Di anni ne passarono 150, lunghissimi come mettere per iscritto la parola "centocinquanta". Estensione non dettata dallo scorrere del tempo, ma dal sedimentarsi delle esperienze che vi e ci fecero italiani. In base a questo non credo sia giusto una esegesi "politica", una politicizzazione del processo risorgimentale; sarebbe piuttosto corretto (come tante vicende della nostra storia) restituire l'epoca agli storiografi. Lo dico per il semplice fatto che fummo italiani si per un moto di conquista, ma anche per delle pervasive vicende che videro il fante sardo in trincea insieme all'alpino sull'altipiano carsico. Stesso discorso lo si potrebbe fare per tanti passaggi storici che ci hanno visto uniti (nelle sventure e nelle fortune). Stessa cosa dovremmo dire per quelle esperienze culturali condivise che si spiegano dal battesimo alle bestemmia. L'Italia è una ed indivisibile, non per dettato costituzionale, ma per venture e sventure intimamente condivise. Tornare indietro è pura follia, non lo è parlare di un'italia incompiuta che come tale dovrebbe fungere da pungolo per spingere le coscienze verso un fondamentale compimento. Intanto rabbrividisco nell'appaltare il grido "viva l'italia!" esclusivamente ad una rappresentazione sportiva.
Ipocrisìa totale questa 'festa'....non sono affatto filo-sabaudo come Primoli ma se fosse stata una cosa seria, oggi avrebbero divuto mettere nel tricolore lo stemma dei Savoia ed invitare al Quirinale qualche discendente...perchè? Perchè oggi sono 150 anni dalla nascita del Regno d'Italia e i fondatori sono stati i Savoia. Svegliatevi tutti ! p.s. sentire Bersani dire che loro sono i veri patrioti fa rabbrividire....i suoi Capi avrebbero regalato il Friuli alla Jugoslavia.
Non posso non condividere le parole di Adrakum. Quello che tuttavia mi ha fatto davvero piacere è l'aver visto questa mattina, per la prima volta nella Storia d'Italia, un Presidente della Repubblica rendere omaggio alla tomba di un Re. Mai era accaduto prima. L'immagine del Presidente Napolitano di fronte alla tomba del Re Vittorio Emanuele II non la dimenticherò mai. Così come non dimenticherò la cortesia degli uffici del Quirinale che, per la cerimonia al Pantheon, hanno avuto la sensibilità di invitare ufficialmente anche i discendenti di Casa Savoia. Del ramo diretto e del ramo Aosta. Mi ha fatto davvero molto piacere queste cose.
Se parlassimo della qualificazione dell'Inter o dell'eliminazione del Milan dalla coppa, certi discorsi faziosi o da stadio, che commentano la provocazione di un intellettuale di vaglia, sarebbero davvero opportuni. Purtroppo parliamo di storia patria e, in particolare di un processo accaduto in circa 30 anni, 150 anni fa. Parlarne è possibile a condizioni che non ci siano dei pregiudizi, visioni ideologiche. La storia si compone di fatti, eventi, in cui idee,valori, coscienze, azioni individuali e collettive, si intrecciano in maniera profonda. In discussione, se non erro, è il significato del Risorgimento. Di più: in discussione è il significato dell'Italia, anzi la legittimità dell'esistenza dell'Italia, come nazione e come stato unitario. Ho l'impressione che molti abbiano dimenticato che essa - L'Italia - era nella testa e nel cuore di Dante Alighieri, di Petrarca, di Machiavelli!! Non è un'invenzione, quindi, di quattro scalcagnati massoni, di briganti perdigiorno, di avventurieri. L'Italia esisteva, prima, molto tempo prima che fatti militari ne determinassero, anche con la violenza, con la lacerazione del diritto internazionale, con la brutale cancellazione di stati regionali, la proclamazione unitaria. E' pur vero che la retorica nazionalista ne ha falsificato i contorni, cancellando gli aspetti crudeli, violenti, iniqui, ( a proposito @Portobello: nei libri di storia di mio padre le guerre di indipendenza erano 4!!! - la I guerra mondiale era dal regime fascista considerata una guerra di indipendenza. I radical chic caso mai utilizzavano gli schemi storiografici marxisti, elaborati da Gramsci, che parlavano di rivoluzione mancata, di azione predatoria della borghesia settentrionale), additando ideali anche quando essi erano assenti e relegando a fenomeni delinquenziali grandi processi di resistenza politica e armata . Vedansi p.es. il Brigantaggio e la legge Pica. Quanto a rimpiangere I Borboni: un mio antenato si rifiutò di riconoscere "il brigante piemontese" - così chiamava Vittorio Emanuele II ed emigrò , renitente alla leva, in America senza fare più ritorno. Si era intorno al 1878-80! Si si rifiuta il presente,è consentito tornare alle origini, a Federico II, a Carlo Magno, a Cicerone, agli Etruschi, meglio a Turno, re dei Rutuli.
17 Marzo 1861, proclamazione di Vittoria Emanuele II Re d'Italia. Oggi si festeggia tale ricorrenza! La Seconda Guerra d'Indipendenza è stata tale fino a che si è combattuto contro " lo Straniero" poi è stata una guerra di conquista territoriale.
Senza Dimenticare Nizza e Savoia
@Piergiorgio; Gent.mo; non intendo accendere polemiche ma mi permetto di ricordare a me stesso per primo, che sarà pur vero che la Resistenza è stata di tutte le matrici ( e quindi non dovrebbe essere di alcun colore), ma non si può non tener conto del fatto che i Rossi hanno poi cercato di far prevalere la loro visione che non era al servizio della liberazione del paese, ma dell'asservimento dello stesso alle direttive che il MIGLIORE prendeva direttamente da BAFFONE. Non mi faccia ricordare per carità di Patria il triangolo della morte in Romagna, i tanti preti e seminaristi uccisi, i fatti di Trieste e Gorizia, Le Foibe, gli ammazzamenti dei partigiani bianchi, ma soprattutto il colpevole, fragoroso silenzio che per 50 anni è stato buttato sopra questi ed altri fatti sovrastati dalle chiassose manifestazioni di piazza al canto di Bella Ciao e piene di Bandiere Rosse; non certo i moderati hanno tramato contro lo stato e per impossessarsi degli ideali della resistenza. Ma in qs. Paese la memoria è sempre corta ed allora facciamo Presidente della Repubblica uno che ha avallato le stragi d'Ungheria compiute dai Carrarmati russi...POVERA ITALIA.
@Piergiorgio; Gent.mo; non intendo accendere polemiche ma mi permetto di ricordare a me stesso per primo, che sarà pur vero che la Resistenza è stata di tutte le matrici ( e quindi non dovrebbe essere di alcun colore), ma non si può non tener conto del fatto che i Rossi hanno poi cercato di far prevalere la loro visione che non era al servizio della liberazione del paese, ma dell'asservimento dello stesso alle direttive che il MIGLIORE prendeva direttamente da BAFFONE. Non mi faccia ricordare per carità di Patria il triangolo della morte in Romagna, i tanti preti e seminaristi uccisi, i fatti di Trieste e Gorizia, Le Foibe, gli ammazzamenti dei partigiani bianchi, ma soprattutto il colpevole, fragoroso silenzio che per 50 anni è stato buttato sopra questi ed altri fatti sovrastati dalle chiassose manifestazioni di piazza al canto di Bella Ciao e piene di Bandiere Rosse; non certo i moderati hanno tramato contro lo stato e per impossessarsi degli ideali della resistenza. Ma in qs. Paese la memoria è sempre corta ed allora facciamo Presidente della Repubblica uno che ha avallato le stragi d'Ungheria compiute dai Carrarmati russi...POVERA ITALIA.
Dopo tanto diluvo di retorica risorgimentale e resistenziale, finalmente uno spazio dove poter leggere anche opinioni diverse. Non mi piace la retorica di nessuna parte, però in Italia esiste una martellante propaganda contro alcuni che sono stati sconfitti solo militarmente. Al sig. Piergiorgio dico di argomentare meglio, ha risposto esattamente come questo regime si comporta, mescolando cose e uomini distanti fra loro nel tempo e di cui si racconta solo una parte di Storia. Quando questo paese consentirà che tutta la Storia venga raccontata e non solo quella di alcuni vincitori, che oltrettutto insultano gli sconfitti senza diritto di replica, allora saremo una nazione civile e democratica. Per ora siamo solo uno stato retto da un regime pseudodemocratico.
I Savoia e il Massacro del Sud, di Antonio Ciano Al Piemonte non interessava per niente l'Unità d'Italia. Al Piemonte interessava la conquista delle ricchezze del Sud, delle sue riserve auree, delle sue fabbriche. Per avvalorare questa affermazione Ciano apre il suo libro con delle tabelle statistiche. Nel 1860, anno dell'annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, le monete di tutti gli Stati italiani ammontavano complessivamente a 668,4 milioni, dei quali ben 443,2 (66,31% del totale) appartenevano al Regno delle Due Sicilie; il Regno di Sardegna/Piemonte ne possedeva solo 27,0 milioni. Dal primo censimento del Regno d'Italia, tenutosi nel 1861, risulta che nelle province napoletane e siciliane la popolazione occupata nell'industria era 1.595.359, nell'agricoltura 3.133.261, nel commercio 272.556, mentre in Piemonte, Liguria e Sardegna (messi insieme) era rispettivamente di 376.955 (industria), 1.501.106 (agricoltura), 119.122 unità (commercio). La città più popolosa era Napoli con 447.065 abitanti, Torino di abitanti ne aveva 204.715, Roma 194.587. Nella Conferenza Internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio di terzo paese del mondo, dopo l'Inghilterra e la Francia, per sviluppo industriale. Oggi - scrive Ciano nel suo libro - abbiamo due Italie, una del Nord ed una del Sud, una ricca ed una povera. Rispetto al 1860 si sono invertiti i ruoli. Il Nord ha rubato tutto al Sud, che fu invaso militarmente e colonizzato. Ora è tempo di cambiare. Il Sud ha bisogno di liberarsi del colonialismo instaurato dalla borghesia del Nord; ha bisogno di liberarsi del sistema fiscale impostogli dal Piemonte nell'Ottocento; ha bisogno della sua piena autonomia per far sprigionare la fantasia imprenditoriale dei suoi abitanti. Ma il Sud prima di separarsi dovrà chiedere al Nord il conto dei danni subiti, che sono tanti. Il libro di Ciano, scritto nel 1996, conserva ancora oggi la sua validità e la sua freschezza d'invettiva contro i soprusi compiuti dai Piemontesi per imporre con la forza agli abitanti del Sud una unità non voluta e non sentita. Il 1861 è un anno che ogni Meridionale deve ricordare, non per la pseudo unità imposta con la forza, ma perché quell'anno i Savoia iniziarono il massacro del Sud. Cannoni contro città indifese; baionette conficcate nelle carni di giovani, preti, contadini; donne violentate e sgozzate; vecchi e bambini trucidati. Case e chiese saccheggiate, monumenti abbattuti, libri bruciati, scuole chiuse. La fucilazione di massa divenne pratica quotidiana. Dal 1861 al 1871, scrive Ciano, un milione di contadini furono abbattuti; anche se i governi piemontesi su questo massacro non fornivano dati, perché nessuno doveva sapere. Il brigantaggio fu un grande movimento rivoluzionario e di massa, che lottò contro l'invasione piemontese. I briganti furono partigiani che difendevano la loro patria, la loro terra, il loro Re Borbone e la Chiesa cattolica. Dovevano essere annientati perché si opponevano alle mire colonialistiche dei piemontesi. Generali ed ufficiali piemontesi furono dei criminali di guerra, che praticarono lo sterminio di massa. I contadini dovevano essere fucilati; imprigionarli non era conveniente, perché, se in galera, lo Stato doveva provvedere al loro sostentamento. Il Sud sta pagando ancora lacrime e sangue. L'ultimo Re Francesco II, partendo da Gaeta il 14 febbraio 1861, disse: “Il Nord non lascerà ai meridionali neppure gli occhi per piangere”. Nel 1861 il Sud è stato invaso dalle truppe piemontesi, ed oggi, anche se in modo diverso, continua ancora ad essere invaso. Scrive Ciano: «Una volta i generali savoiardi fucilavano i nostri contadini, oggi, massacrano le nostre menti con le televisioni i cui proprietari sono i liberal massoni di ieri. Non è cambiato niente». E' giunto il momento - scrive ancora Ciano - di dire basta e di chiamare a raccolta tutti i meridionali sensibili e orgogliosi. E' il momento di compattarci, di rivalutare la nostra storia, di processare l'invasione piemontese del 1860-61, di processare coloro che fucilarono, imprigionarono, deportarono un milione di contadini del Sud etichettandoli briganti. Più amara della sconfitta è stata la falsa storia raccontata dai prezzolati sabaudi, scrive Lucio Barone nella prefazione del libro. Tutto ciò che apparteneva al Piemonte veniva glorificato e tutto ciò che era borbonico veniva additato al pubblico disprezzo. Ispiratrice e suggeritrice della politica italiana di quegli anni fu la massoneria inglese, che aveva come obiettivo la costituzione di un nuovo ordine mondiale che non prevedeva più la presenza della Chiesa cattolica. Per l'Italia questo compito fu assegnato al Piemonte e a casa Savoia. Alla massoneria, infatti, appartenevano i cosiddetti padri della patria che diedero vita alla cosiddetta unità d'Italia: Giuseppe Mazzini, Camillo Benso di Cavour, Giuseppe Garibaldi. “Nord ladro” è il titolo del capitolo che introduce la rassegna delle grandi opere industriali presenti nel Sud prima dell'unificazione al Piemonte. La Campania nel 1860 era la regione più industrializzata del mondo. Il Reale Opificio meccanico e politecnico di Pietrarsa, con i suoi mille operai specializzati, era il fiore all'occhiello dell'industria partenopea; lì si producevano, con tecnologie avanzate, treni e locomotive. In Castelnuovo operava la Real fonderia con 500 operai, a Torre Annunziata la Real Manufattura delle armi con 500 operai, a Castellamare il Cantiere Navale con 2.000 operai. A Mongiana in Calabria erano presenti le Ferriere, con 1.500 operai e stabilimenti a Pazzano e Bigonci; quattro altiforni producevano 21.000 quintali di ghisa. Sempre in Calabria, nello Stabilimento metalmeccanico di Cardinale, 200 operai specializzati producevano 2.000 quintali di ferro. Altri centri siderurgici e meccanici erano sorti a Fuscaldo (Calabria), Picinisco (Terra di Lavoro), Picciano (Abruzzo), Atripalda (Avellino). In Puglia, a Lecce, Foggia, Spinazzola, vi erano officine che producevano macchine agricole. Ma quasi in ogni paese del Sud nacquero piccole industrie, che costituirono il nerbo dell'economia del Regno delle Due Sicilie. Di notevole importanza erano le industrie per la lavorazione del cuoio e per la produzione di colori, della pasta alimentare, delle maioliche, di vetri, cristalli, cappelli, acidi, cera, corallo, metalli preziosi, stoviglie, saponi, mobili, strumenti musicali. Nel 1860 - scrive Ciano - i settentrionali scannarono il Sud. Oggi, che non c'è più niente da scannare, paghi chi non ha mai pagato, paghi il Nord che ha sempre rubato. Il Sud ha pagato un prezzo enorme alla causa unitaria: un milione di morti, tra fucilati, incarcerati, impazziti, deportati; 20 milioni di emigranti le cui rimesse sono state dilapidate dal Nord; tutti i risparmi dei Meridionali rapinati dal Nord. E i pennivendoli di regime continuano a scrivere libri di storia menzogneri, sperando di poter continuare a mettere un velo sull'intelligenza umana, di voler continuare a nascondere le miserie del Nord, gli eccidi perpetrati dagli invasori piemontesi, le prepotenze dei liberal massoni di ieri e di oggi; e soprattutto vogliono farci dimenticare che il Sud era ricco e che il Nord era pezzente. La parte centrale del libro è dedicata alla descrizione dei massacri operati dai piemontesi nei paesi di Pontelandolfo e Casalduni, due paesi oggi in provincia di Benevento, distanti fra loro circa 5 chilometri. Nel 1861 il primo aveva 5 mila abitanti ed il secondo 3 mila; oggi il numero degli abitanti sia nell'uno che nell'altro paese è dimezzato. Come in un diario vengono annotati e commentati i tragici avvenimenti che portarono nell'agosto del 1861 alla distruzione dei due paesi. Per capire con quale spirito i piemontesi erano venuti nel Meridione, basta leggere il contenuto di un bando che un capitano dei bersaglieri piemontesi aveva fatto affiggere per le vie di un paese. Eccolo: «1) Chiunque tratterà o alloggerà briganti sarà fucilato. 2) Chiunque darà segno di tollerare o favorire il più piccolo tentativo di reazione sarà fucilato. 3) Chiunque verrà incontrato per le vie interne o per le campagne con provvigioni alimentari superiori ai propri bisogni, o con munizioni da fuoco per ingiustificato uso, sarà fucilato. 4) Chiunque, avendo notizie dei movimenti delle bande non sarà sollecito di avvisare il sottoscritto, verrà considerato nanutengolo o come tale fucilato». I piemontesi vennero ad imporre la loro inciviltà con i fucili. E i meridionali si opposero. Preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte. Pontelandolfo, Casalduni, Campolattaro insorsero, abbatterono le insegne savoiarde ed issarono nuovamente le bandiere borboniche. In quei giorni caldi di agosto, il Sud era quasi libero dal gioco piemontese. Le truppe sabaude venivano regolarmente battute dai partigiani-briganti. I popoli meridionali - scrive ancora Ciano - sono sempre stati civili, non hanno mai invaso territori altrui e sono diventati belve quando hanno visto insidiate le loro donne e la loro libertà. Il generale piemontese Cialdini, da Napoli, diede ordini precisi di stroncare col sangue qualsiasi accenno o fermento di ribellione. Una compagnia, composta da quaranta bersaglieri e quattro carabinieri, fu mandata a ristabilire l'ordine piemontese a Pontelandolfo. Anche per l'inesperienza del loro comandante Bracci, furono tutti fucilati. In un sommario processo furono giudicati colpevoli per aver invaso un regno pacifico senza dichiarazione di guerra e per aver fucilato migliaia di contadini e di giovani renitenti alla leva piemontese. Erano le 22,30 dell'11 agosto 1861. La rappresaglia piemontese scattò rabbiosa. Un generale piemontese sentenziò: «Per ogni soldato ucciso moriranno cento cafoni». Una prima colonna di piemontesi, composta da 900 bersaglieri, si diresse verso Pontelandolfo, un'altra colonna, composta da 400 uomini, si diresse verso Casalduni. Era l'alba del 14 agosto 1861. E cominciò la mattanza. Spararono contro vecchi, donne e bambini, sorpresi nel sonno. Diedero fuoco a tutte le case. I paesi divennero un immenso rogo. Uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla, saccheggi. Il massacro durò l'intera giornata. Non si è mai saputo quanti furono i morti di Pontelandolfo, di Casalduni e degli altri paesi vicini. Certamente furono migliaia. E così i piemontesi fecero l'unità d'Italia. Rocco Biondi Antonio Ciano, I Savoia e il Massacro del Sud, Grandmelò, Roma, 2a Ediz. Ottobre 1996, pp. 256
“Unione o Unità”? A Civitella del Tronto, 26 e 27 Marzo Il 41° incontro tradizionalista sul tema "Unione o Unità?" si terrà nei giorni di sabato 26 e domenica 27 marzo a Civitella del Tronto. Saranno presenti nella Fortezza – che fu l’ultimo baluardo di difesa dei fedelissimi al governo dei Borboni – anche i Comitati Duesicilie, (la sez. Abruzzo), per partecipare all'evento e per una assemblea di organizzazione avente per obiettivo quello di preparare le prossime iniziative pubbliche in Abruzzo, in specie quella di Pescara prevista a breve. Partecipare a questa iniziativa è importante a prescindere dal fatto che si concordi o meno con l'impostazione ideologica di chi la ha indetta perché è, ormai da anni, una occasione per fare conoscenza, scambiare esperienze e fare sinergia tra movimenti e individualità anche molto differenti tra loro ma unite da obiettivi simili. Quali possono essere questi obiettivi? Il primo, che è il collante di tutti, è quello di contribuire fattivamente alla riscossa economica, culturale e politica delle Duesicilie, di cui l'Abruzzo è sempre stata parte essenziale. Potremmo dire: chi ha a cuore l'Abruzzo e le Duesicilie, deve fare un salto a Civitella. Altro obiettivo è quello di mettere forze in comune per specifiche battaglie, come ad esempio, quella per impedire la privatizzazione dell'acqua pubblica. Ultimo ma non meno importante è quello di dare un segnale forte di contestazione alla infame e bugiarda campagna mediatica per il 150enario dell'unità/unificazione, una contestazione che non si limita alla giusta richiesta di verità storica ma che intende combattere quei poteri burocratici e finanziari per i quali la retorica risorgimentalista altro non è che la propaganda della loro visione del mondo e del loro progetto di futuro non solo per il nostro popolo ma per tutti i popoli. Giulio Larosa Responsabile Comitati Duesicilie Abruzzo Programma del 41° Incontro Tradizionalista (Sala del Consiglio Comunale, gentilmente messa a disposizione dal Sindaco.). : Sabato 26 marzo - Ore 16,00 - apertura dei lavori e lettura dei messaggi pervenuti. Ore 16,30 - Inizio del convegno sotto la presidenza del prof. Paolo Caucci von Saukhen. Le relazioni avranno il seguente svolgimento: Prof. Giovanni Turco: “Le patrie reali e la patria ideologica”. Prof. Miguel Ayuso: “L'ambiguo federalismo”. Prof. Guido Vignelli: “Dalla crisi della Nuova Italia laicista alla rinascita delle Antiche Italie tradizionali”. Dott. Francesco Maurizio Di Giovine: “Il processo unitario nell'interpretazione storiografica del tradizionali-smo”. Nel corso del Convegno Fulvio D'Amore, autore del saggio: “Uccidete Borjes!”, Controcorrente, Napoli, 2010, ripercorrerà le tappe significative delle sue ricerche con l'ausilio di una documentazione fotografica. Al termine del Convegno il dott. Giuseppe Catenacci presenterà i seguenti due saggi che l'Associazione Nazionale ex Allievi della Nunziatella, sezione Abruzzo e Molise, offrirà ai presenti: Giuseppe Catenacci - Francesco Maurizio Di Giovine. La gloriosa fine di un regno. Gli ufficiali dell'Esercito Napolitano usciti dal Real Collegio Militare della Nunziatella alla Difesa di Gaeta nel 1860-61. 2011, pagg. 168 Pietro Calà Ulloa. L'Unione e non l'Unità d'Italia. A cura di Giuseppe Catenacci e Francesco Maurizio Di Giovine. Napoli, 2011, pagg. 144 Ore 20,30 - Presso l'Hotel Zunica si terrà la cena comunitaria con i piatti tipici della Tradizione Borbonica.
Volevo ringraziare I Due PUnti per ottimi spunti. Grazie per averci dato la possibilità di leggere dei simili post. Sono una disabile e passo tutto il mio tempo al PC. Grazie a Pietro Ferrari per avermi insegnato molto. Questo è uno spazio meraviglioso perchè ci convivono tanti pareri senza litigare. Grazie per i toni. Grazie.

CENTOSSESSANTESIMO!!!