Lentamente ho capito che non di “Risorgimento” bisognerebbe parlare ma di “Rivoluzione italiana”, anzi in Italia: Il concetto di Risorgimento come “Rivoluzione Italiana” è stato rimosso dalla storiografia del Novecento che ha cercato di “istituzionalizzare” questo termine, depurandolo dalla sua carica eversiva. Il popolo reale era cattolico ma le élites erano pervase dai Lumi già accesi con le rivoluzioni in Inghilterra, Stati Uniti e Francia. A differenza di altre nazioni, l’Italia reale è fatta di mille dialetti e campanili (con diecimila campanilismi), di Comuni, di tante antiche capitali, principati, ducati, vescovadi eredi della vocazione universale dell’Impero Romano prima e della Chiesa Cattolica poi. L’Italia è sempre stata divisa tra guelfi e ghibellini, lazzari e giacobini, monarchici e repubblicani, savoiardi e briganti, fascisti e antifascisti, comunisti ed anticomunisti, cattolici e “laici”, "tifosi" di Coppi e Bartali, berlusconiani e antiberlusconiani. Lo storico Franco Cardini si è chiesto: “Cosa dobbiamo festeggiare? Un Regno che cambiò tre capitali in dieci anni e chiuse il Papa per sessanta anni in Vaticano? La conquistata sovranità quando oggi tra Unione Europea, NATO e organismi sovranazionali, il nostro Paese l’ha perduta da un pezzo? L’unico processo serio di ‘nazionalizzazione delle masse’ lo fece il Fascismo che col suo crollo, travolse pure quel po’ di patriottismo che stava ‘facendo gli italiani’”. Per tanti anni il solo cantare l’Inno di Mameli o lo sventolare il tricolore, ha comportato l’essere bollati come “fascisti”. Non è un mistero che il ritrovato patriottismo di certi partiti politici (che oggi hanno sostituito con l’Inno di Mameli altri “inni” come l’Internazionale all’inizio dei loro congressi), sia dovuto essenzialmente a motivi tattici: marcare di impresentabilità la Lega, salvo poi considerarla una “costola della sinistra” quando la stessa può mettere in fibrillazione l’alleanza con Silvio Berlusconi. Nel secondo dopoguerra la Patria è stata “patrigna” avendo negato dignità e riconoscimento all’unico genocidio subito dagli italiani, avvenuto in Istria e Dalmazia; la Patria “patrigna” dimenticò di raccontare nelle pubbliche scuole la pulizia etnica che subirono oltre 300.000 italiani al confine orientale. Suona allora quasi beffardo oggi, l’esplicito ed infastidito disinteresse della Provincia di Bolzano espresso da Luis Durnwalder, che non parteciperà a nessuna celebrazione per il 150°, considerando se stessa un pezzo di Austria. L’Italia abbandonò i suoi figli per non pagare i danni di guerra alla Jugoslavia di Tito ed oggi si tiene i figli dell’Austria, pagandoli profumatamente per farli restare in Italia. Quando allora Giuliano Amato parla di “festeggiamenti operosi” o Confindustria e sindacati fanno notare che non avremmo pututo permetterci un lungo ponte festivo per le celebrazioni del 17 marzo (come se non ne valesse la pena), diventa chiaro che questa ricorrenza non incontra diffidenze soltanto “per colpa della Lega”, ma magari “per colpa” delle troppe contraddizioni storiche e delle troppe questioni irrisolte che ancora suscita. Con buona pace dei guitti sanremesi, complici di una storiografìa giullare che chiamò "plebiscito" la votazione di un cittadino su cento davanti ai militari coi fucili in vista, che custodivano due urne con le scritte SI e NO. Invece di improvvisare discutibili e costosissime "lezioni", Roberto Benigni avrebbe potuto fare questa semplice battuta: "Centocinquantanni sono più o meno gli anni di Morandi e Vecchioni". Centocinquantesimo per fanfare, bande, marcette e banalità protocollari? Per esaltare Vittorio Emanuele II quando i suoi discendenti per decenni sono stati mandati in esilio dalla Costituzione repubblicana? No, meglio spendere l’Anniversario per la riflessione e per porre questioni antiche e questioni attuali, lanciando alle ortiche l'ipocrisìa di una ricorrenza che a rigore dovrebbe riguardare la nascita del Regno d'Italia, non la Nascita dell'Italia. La Casa Editrice "Controcorrente" di Napoli ha pubblicato numerosi volumi negli ultimi anni, che dimostrano come l'unità nazionale sia avvenuta contro la volontà degli Stati preunitari e attraverso una guerra di annessione perpetrata da una dinastìa che parlava in francese e che considerava i meridionali, più "marocchini" che italiani. Tesi oggi sposata da un insospettabile Sergio Romano che col suo "Finis Italiae", descrive, non troppo rammaricato, proprio il declino dell'idea risorgimentale nell'Italia di oggi.
Guerra ai terroni
E' sempre più difficile oggi negare che la famosa Questione Meridionale, sia nata solo a seguito della vittoria militare sabauda. Come ha notato Pino Aprile intervistato da Il Giornale: “Se davvero a fine Ottocento i meridionali erano poveri, arretrati e oppressi, perché mai reagirono contro i “liberatori” venuti dal Nord con una guerra civile durata a lungo e successivamente con la fuga, emigrando? Solo dopo molti anni ho pensato di farne un libro. Mongiana, in Calabria, era la capitale siderurgica d’Italia e oggi contende alla confinante Nardodipace lo scomodo primato di Comune più povero d’Italia. I mongianesi, sra dicati dal loro paese, si sono trovati a lavorare nelle fonderie del Bresciano: 150 famiglie, circa 500 persone, solo a Lumezzane, che è ormai la vera Mongiana. Dove prima 1.500 operai e tecnici siderurgici specializzati rendevano autosufficiente l’industria pesante del Regno delle Due Sicilie, adesso non è ri masto neppure un fabbro. Il più ricco distretto minerario della penisola fu soppresso dal governo unitario per un grave difetto strutturale: si trovava nel posto sbagliato, nel Meridione. Il Sud non doveva far concorrenza al Nord nella produzione di merci. E questo fu imposto con le armi e una legislazione squili brata a danno del Mezzogiorno. La vicenda di Mongiana è esemplare, nell’impossibilità di raccontare tutto. Ma accadde la stessa cosa con la cantieristica navale, l’industria ferroviaria, l’agricoltura. I Savoia si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Mentre un’esigua minoranza, non più dell’1-2 per cento della popolazione, era animata dal pio desiderio di unificare l’Italia, loro ne avevano l’impellente necessità: strozzati dai debiti, potevano salvarsi solo con l’invasione e il saccheggio del Sud. Lo scrisse nel 1859 il deputato Pier Carlo Boggio, braccio destro di Cavour: “O la guerra o la bancarotta”. Fino al 1860, per ben 126 an ni, i Borbone mai aumentarono le tasse. Nel Regno di Napoli erano le più basse di tutti gli Stati preunitari ed erano solo cinque…..I soldi del Sud ripianarono il buco del Nord. Al tesoro circolante dell’Italiaunita, il Regno delle Due Sicilie contribuì per il 60 per cento, la Lombardia per l’1 virgola qualcosa, il Piemonte per il 4. Negli Sta ti via via annessi all’Italia nascente, appena arrivavano i piemontesi spariva la cassa”.
Insomma, sarebbe bello per par-condicio, se fosse proiettato di questi tempi anche il film “E li chiamarono briganti” di Pasquale Squitieri, ma dubito che la cosa sarebbe gradita a Giorgio Napolitano.
Questi erano i tratti di uno Stato plurisecolare, abbattuto perché arretrato e “oscurantista”: nel 1763, primo Cimitero italiano per i poveri; 1781, primo Codice Marittimo nel mondo; 1801, primo Museo Mineralogico del mondo; 1818, prima nave a vapore nel mondo "Ferdinando I"; 1819, primo Osservatorio Astronomico in Italia a Capodimonte; 1835, primo istituto italiano per sordomuti; 1839, prima ferrovia italiana, tratto Napoli-Portici e prima illuminazione a gas di una città italiana; 1852, primo telegrafo elettrico in Italia (inaugurato il 31 luglio) e primo esperimento di illuminazione elettrica in Italia a Capodimonte; 1856, primo premio internazionale per produzione di pasta e primo sismografo elettromagnetico nel mondo costruito da Luigi Palmieri.
La più grande industria navale d'Italia per numero di operai (Castellammare di Stabia, 2000 operai); primo tra gli Stati italiani per numero di orfanotrofi, ospizi, collegi, conservatori e strutture di assistenza e formazione; la più bassa percentuale di mortalità infantile in Italia; prima città in Italia per numero di teatri (Napoli); prima città d'italia per numero di conservatori musicali (Napoli); primo "piano regolatore" in Italia, per la città di Napoli; prima città in Italia per numero di tipografie (113, Napoli); prima città d'Italia per numero di pubblicazioni di giornali e riviste (Napoli); la più alta quotazione di rendita statale (120% alla Borsa di Parigi); maggiore quantità di lire-oro conservati nei Banchi Nazionali: nell'autorevole testo di Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze (Napoli. ed. Pierro 1903), a pag. 292 si legge: ...le monete degli antichi Stati italiani al momento dell'annessione ammontavano a 668 milioni di lire-oro cosi ripartiti:
Regno delle Due Sicilie: 443,2 milioni
Lombardia: 8,1 milioni
Veneto: 12,7 milioni
Ducato di Modena: 0,4 milioni
Parma e Piacenza: 1,2 milioni
Stato Pontificio: 90,6 milioni
Regno di Sardegna: 27 milioni
Granducato di Toscana: 85.2 milioni
totale: 668,4 milioni
Essere fieri oggi, come italiani meridionali, di quello che fu il Regno di Napoli è assolutamente doveroso ma che cosa significa in concreto, dato che non esiste più? Significa forse auspicare il ritorno al trono di un discendente rampollo restaurando la monarchìa? E perchè quella borbonica e non quella dei discendenti dei normanni o degli Angiò? Con quale capitale? Melfi, Palermo o Napoli? Oppure significa valorizzare la storia e le potenzialità del Sud? Significa volere la secessione o desiderare lo sviluppo economico imparando dagli errori ed orrori risorgimentali come il campo di concentramento a Fenestrelle o la Legge Pica? Magari significa immaginare che se i Borboni fecero costruire dei ponti che collegavano le isole Tremiti e il primo ponte di ferro d’Italia sul Garigliano, come la prima ferrovia italiana “Napoli-Portici”, forse oggi avrebbero già fatto fare il Ponte sullo Stretto e magari pure le centrali nucleari. Se il teatro San Carlo fu costruito in soli 270 giorni ed è ancora oggi un capolavoro, magari la lentezza della “Salerno - Reggio Calabria” non attiene a “pigrizie etniche” o a “tare culturali”, ma a qualcosa di diverso, magari ad una acquisita tendenza a “chiagnere e fottere” alla faccia dell’antico colonizzatore. I Borboni fecero i canali di scolo per drenare le acque a Sarno e Quindici, non costruirono sulle colline le città come i loro pessimi successori. Io sono meridionale ed europeo....e fra queste due identità crescenti vi è il fatto che io sia, italiano, meridionale e romantico, perche ogni tanto mi va di sentire l’Inno di Paisiello.
Guerra alla Chiesa
Nonostante "L'Araldo Abruzzese" celebri il garibaldino atriano Baiocchi, dimenticandosi invece del Santo Gabriele dell'Addolorata che nel 1860 ad Isola del Gran Sasso disarmò due garibaldini come non avrebbe saputo fare neanche il Chuck Norris televisivo, il cosiddetto Risorgimento è stato una vera e propria guerra contro la Chiesa. La storiografia si è poco occupata di raccontare le gesta di coloro che partirono volontari per difendere lo Stato Pontificio, colpiti da una damnatio memoriae necessaria per non infastidire gli stampatori degli opuscoli per il "centocinquantesimo". L’ultimo Papa-Re, Pio IX (definito da Garibaldi “metro cubo di letame”) nell’Enciclica Nostis et nobiscum denunciava come il fine del “Risorgimento” fosse quello di distogliere gli animi degli italiani dalla fede cattolica, per introdurre lo spirito della Riforma Protestante che a causa della Controriforma non aveva potuto trasformare la società italiana nei secoli precedenti. La Massoneria in effetti introdusse l’insegnamento ateo nelle scuole, confiscò i beni ecclesiastici e i conventi, laicizzando anche matrimoni e funerali. Non fu per caso che tra i primi a varcare Porta Pia vi fu un certo Luigi Ciari, valdese, con un carretto di bibbie protestanti trainato da una bestia che aveva chiamato “Pionono”. L’Italia “oscurantista” era divisa sotto tanti governi ma unita sotto un’unica fede. Il crollo dello Stato Pontificio ad esempio, fu auspicato anche da quelle comunità che avrebbero potuto emanciparsi maggiormante in uno “Stato Laico”, assumendo sempre più potere, ed infatti il contributo della comunità ebraica alle lotte risorgimentali e alla costruzione dello Stato unitario è stato rilevante ed è “raccontato” attraverso testimonianze, testi, immagini, lettere, cartoline, illustrazioni, disegni, documenti, sonori e video. È l'iniziativa multimediale dell'Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche (Iccu), online su CulturaItalia, portale del ministero per i Beni culturali, sezione: “Stella di David e Tricolore, gli ebrei e la costruzione dell'Italia unita”. In Italia il percorso di realizzazione nazionale è avvenuto contro le sue tradizioni politiche e religiose, contro il Suo stesso Popolo, a differenza che in Spagna o in Irlanda. San Francesco d’Assisi, Santa Caterina da Siena, San Carlo Borromeo, San Filippo Neri, Sant’ Alfonso Maria De’ Liguori, San Giovanni Bosco, San Pio X sono stati dei grandi italiani, non meno del Conte di Cavour, di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, ma anche profondamente cattolici.
Roma non era semplicemente la capitale di uno Stato, ma la Città Santa, sede del Vicario di Cristo, una capitale universale, la capitale di una Civiltà (in cui furono scritti i Vangeli e gli Atti degli Apostoli), come lo fu quella dei Cesari. A Porta Pia non si consumò la resa dei conti tra italiani e anti-italiani, ma si compì l’assedio contro l’Italia Cattolica finanziato dai quattrini inglesi. Molto lucidamente il prof. Roberto De Mattei ha avuto modo di esporre che: “La cattolicità la rendeva (l’Italia n.d.r.) refrattaria a ogni forma di nazionalismo, perché esprimeva una tendenza universalistica a trascendere i propri confini geo-politici. I campi in cui l’Italia diede il meglio di sé furono quelli meno legati, per loro natura, a una dimensione nazionale, come la musica, l’arte, l’architettura. La stessa letteratura italiana, come è stato notato, fu tanto più vigorosamente europea quanto più debolmente nazionale. L’identità nazionale italiana coincideva paradossalmente con la sua universalità. Nel 1796, l’armata di Napoleone pretese di sostituire all’identità tradizionale italiana, fondata sull’unità della fede religiosa e sulla pluralità delle istituzioni regionali, una nuova identità, astrattamente derivata dalla Rivoluzione Francese. Alla “patria reale” si sostituì una patria “filosofica”, che facendo proprie le tesi della Rivoluzione francese, attribuiva alla nazione la fonte di ogni legalità. Il termine di nazione subì, come quello di patria, una trasformazione semantica. La nazione coincise con la democrazia repubblicana e divenne un paradigma politico a cui tutto era subordinato. La parola Risorgimento iniziò a diffondersi nel triennio giacobino 1796-1799 con un significato ideologico, e perfino con una risonanza religiosa, per indicare il processo di rinascita che avrebbe dovuto portare all’unificazione della penisola italiana. L’uso del termine si inquadrava nella filosofia della storia illuministica, per annunciare la risurrezione della nazione italiana, dopo secoli di oscurità. Analoga alla parola Rivoluzione e a quella Rinascimento… Il giornale del conte di Cavour, Il Risorgimento, consacrò, nel 1847, la formula politica destinata a entrare nella storia. L’impronta ideologicamente rivoluzionaria del Risorgimento si esprime nella sua politica religiosa. Malgrado l’art. 1 dello Statuto Albertino del 1848, poi recepito dal Regno d’Italia, riconoscesse ufficialmente la religione cattolica come unica religione dello Stato, le leggi Siccardi degli anni Cinquanta e le altre che ad esse seguirono, attuarono lo scioglimento di ordini e congregazioni religiose, la soppressione di conventi, l’esproprio dell’asse ecclesiastico, l’espulsione dalle loro diocesi di più di cento vescovi. Alessandro Manzoni nel suo paragone tra la Rivoluzione francese del 1789 e la Rivoluzione italiana del 1859, criticò la Rivoluzione Francese per la sua illegittimità costituzionale, ma sembrò ignorare il fatto che la Rivoluzione Italiana non solo si compì attraverso la violazione della legalità internazionale, con la conquista armata del Regno del Sud, ma si caratterizzò per una oggettiva discriminazione ideologica ai danni della Chiesa Cattolica. Fu questa la principale ragione dell’opposizione al Risorgimento di Pio IX, il quale si era mostrato in un primo momento favorevole al progetto federalista neoguelfo, ma dovette opporre il suo “non possumus” al secolarismo risorgimentale”. La studiosa Angela Pellicciari ha scritto diversi libri che documentano l'anticattolicesimo dei vari "Padri della Patria" e non mi sorprese che quando venne l'anno scorso a Teramo per un convegno, gremito di persone, nessuna "autorità" politica pensò di parteciparvi.
Lezioni dal passato e sguardi nel futuro
Il calcio in Italia assume connotati simbolici perchè è l'unico momento in cui gli italiani si uniscono al di là di qualsiasi differenza, è l'unico momento in cui quello italiano sembra essere un Popolo pur non sapendo il perchè. Perciò è un momento potenzialmente “positivo”. Il motivo per cui lo sport possa tanto è semplice: il calcio va a sostituire vuoti di valori nazionali più grandi… un anelito c'è e sono convinto che bisogna partire dai momenti di partecipazione di massa per comprendere come costruire l'Italia del Domani. La storia travagliata ma anche nobile della nostra indipendenza nazionale è finita l’8 settembre del 1943. L’Italia che scaturì da quel disastro si è data un altro mito fondante, quello della Resistenza e della Costituzione, ancora più debole e discutibile del mito risorgimentale. Le polemiche culturali sono fondamentali sia il 2 giugno che l’otto di settembre, sia il 25 aprile che il 20 settembre, perchè ci sono storie negate e letture articolate “delle” storie che hanno diviso gli italiani (che erano divisi pure quando avevano lo stesso nemico), ma non quando c'è un evento nazionalpopolare, seppur effimero come la nazionale di calcio che scende in campo, che raduna milioni di persone che parlano la medesima lingua (per la cronaca...in Irlanda i patrioti irlandesi parlano la lingua inglese perchè il gaelico lo sanno in pochissimi). Io avrei voluto che la nostra Patria si fosse unita diversamente, ma ora c'è ed è questo il punto: dobbiamo sfasciarla completamente perchè è stata fatta male o dobbiamo cercare di contribuire ad edificarla meglio, magari capendo definitivamente dopo 150 che sarebbe stato preferibile dall’inizio un modello federale? Io deploro il secessionismo, che farebbe solo il bene della Lombardia facendo diventare il Sud come l'Angola, e intuisco tralaltro, che se la Massoneria 150 anni fa volle unire col giacobinismo savoiardo l'Italia, oggi magari la vuole spaccare. Così come volle spaccare l'Europa delle Aquile e delle Croci per poi riunirla coi burocrati e i banchieri. La secessione significa che il Sud, dopo essere stato distrutto e colonizzato, viene gettato via essendoci oggi altri "mercati" da invadere. Difendere però l’assistenzialismo (o il furbesco autonomismo ma coi soldi altrui), significa non accettare le sfide globali alle quali è impossibile sottrarsi…e pensare che la prima cattedra di Economìa con Genovesi fu proprio a Napoli. Il Sud da oltre cinquanta anni ha un gap nei confronti del Nord che è rimasto identico nonostante le politiche assistenzialistiche, o magari proprio a causa di queste. Pertanto non può essere un alibi permanente quello del “massone Garibaldi” e del “Risorgimento antimeridionale” se non ci sarà uno scatto di orgoglio, un cambio di mentalità unito alla visione di una prospettiva che miri a valorizzare le risorse del Mezzogiorno d’Italia. Luca Ricolfi ha dimostrato che un federalismo egoistico e radicale lascerebbe 50 miliardi di euro ogni anno al nord: un Nord tra le prime potenze mondiali e un Sud da Terzo Mondo. Nonostante tutto ciò, è fondamentale sapere che la questione meridionale non esisteva 150 anni fa: il Consiglio naziona le delle ricerche ha dimostrato che prodotto lordo e pro capite erano uguali al Nord e al Sud. I meridionali, con un terzo della popola zione, diedero circa la metà dei caduti nelle trincee della prima guerra mondiale. Questo è l’orgoglio del Sud, da cui ripartire. Anche il nord ebbe modo di lamentarsi dopo la “malaunità”: in Veneto e successivamente e più diffusamente nel Trentino, si ebbe modo di confrontare amaramente la buona amministrazione austriaca e quella italiana. Buon Centocinquantesimo allora, nella speranza che la propaganda lasci spazio alla critica e che dalle storie negate risalga la voglia di verità e con essa la dignità di sentirci tutti italiani, però in uno Stato capace di includere la pluralità e la contraddizione, la complessità di un percorso storico accidentato e ancora in divenire, con la necessità di riconoscere le piccole patrie che hanno radici antiche.
Post Scriptum... La Massoneria celebra l’Unità d’Italia:
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CENTOSSESSANTESIMO!!!