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Rivoluzione contro Medioevo

di Pietro Ferrari
11 minuti

La tentazione di abbandonarsi a "comitati di salute pubblica" o a Progetti palingenetici ricorre ancora, nonostante gli utopismi abbiano già dato abbondantemente pessima prova di sè. Illuminismo e Rivoluzione Francese rappresentano ancora oggi la vetta della cosiddetta modernità, cioè di quella categoria astratta che ha prodotto un pensiero filosofico in polemica col Cristianesimo. Non tanto le forme di governo, quanto il Principio dell'autorità divide i due campi: per la Chiesa ogni autorità deriva da Dio, per la Rivoluzione deriva dal Popolo. Un "popolo" però, inteso non come organica rappresentazione delle famiglie e dei corpi intermedi, ma come astratto portatore di una volontà generale. La "rivoluzione" è riuscita a coprire il significato di se stessa, perchè casomai l'etimo indurrebbe a considerarla un "ritorno" ai primordi e non un salto nell'indefinito umano; poi di apparire fenomeno bifasico (fase liberale e fase giacobina), mentre fu in realtà unitario, perché ogni tensione utopica comporta un processo di accelerazione rivoluzionaria. L'opera più perversa di ogni "rivoluzione" è il tentativo di degradazione del Sacro e la lotta acerrima scagliata alla Chiesa, dissimulata oggi grazie all’azione di una storiografia compiacente e al clima neo-modernista di troppi cattolici sedicenti "adulti". Gli epigoni attuali del “clima ottantanovesco” liberal-giacobino  sono coloro che attraverso la proposta di un “morale laica”, intendono prescindere totalmente da fondamenti metafisici ancorando la morale all’Uomo stesso, in sé considerato come nuovo alfa e omega, Principio e Fine. La storia ha dimostrato che ogni valorizzazione dell’umano che abbia avuto la pretesa di eludere la dimensione finita e creaturale dell’uomo stesso, ha generato la subordinazione dell’uomo a idoli come la Rivoluzione, la Razza, la Classe, lo Stato, la Storia, il Denaro, la Tecnica e la Libido. Il Maestro indiscusso di questi epigoni è stato Jean-Jacques Rousseau che ebbe modo di inventarsi una sorta di “Immacolata Concezione del Genere Umano”, in buona sostanza un capovolgimento radicale della teologìa cattolica, teso a riconsegnare l’Innocenza all’Uomo, già cittadino di un Mondo Nuovo che redime. Peccato che lo stesso Rousseau, pur essendo "buono per natura" abbandonò i figli in un orfanotrofio. Nell'uso corrente pertanto, il termine "medioevo" è usato per indicare un periodo storico contrassegnato dal "buio" della ragione, dall'arretratezza e dall'ignoranza che avrebbero schiacciato l'Europa in un limbo di oltre mille anni, dall'epoca classica al cosiddetto Rinascimento, mentre il termine "rivoluzione" indica l'irrompere di un novum carico di proiezioni positive, di superamenti e di felicità mai raggiunte. Credo che i due termini possano significare più profondamente, due archetipi, due visioni del mondo antitetiche, due "stili" in quanto tali metastorici, che vanno al di là di effettivi periodi storici. Gli inganni sono storici e filosofici perchè ogni rivoluzione necessita di stravolgere la comprensione del passato, di oscurare ciò che può intaccare il Suo affermarsi nel momento presente. La contraffazione dei valori e delle parole è necessaria per togliere ai valori ed ai concetti avversati, i "contenitori" sui quali essi possono continuare a diffondersi. Un esempio tra tanti è la confusione su ciò che significa "autorità" o su ciò che bisogna intendersi oggi per "libertà" e "uguaglianza", concetti mutati rispetto a ciò che significavano nel "medioevo". La Rivoluzione si oppone radicalmente alla "mentalità medievale" ancora rivolta alla metafisica e agli insegnamenti della Scolastica, muovendo da un'antropologìa che mette il pensiero prima dell'essere. Scetticismo, idealismo, soggettivismo e relativismo inducono a ritenere che non vi sia alcuna verità oggettiva, ma ciò è una contraddizione in termini perché affermando che non vi è alcuna verità oggettiva, implicitamente ne ammettiamo l’esistenza: sarebbe necessariamente una verità oggettiva per tutti, che non esiste alcuna verità oggettiva. Molto acutamente Ennio Innocenti ha scritto nei suoi lavori sullo gnosticismo, come la Rivoluzione rappresenti il tentativo di "immanentizzazione dell' eschatòn cristiano": Dio si identifica col mondo e non è più trascendente ad esso perchè avrebbe la medesima sostanza di esso. Se il mondo non è più "creato" ma dal nulla si sviluppa indefinitamente assieme a Dio, esso non sarà soggetto alla Chiesa ma sarà la Chiesa a secolarizzarsi, non sarà l'umanità a dover tornare a Dio, ma sarà Dio stesso a realizzarsi pienamente nell'Uomo. In sintesi si approda alla concezione cabalistica della negazione di Dio e della Divinizzazione dell'Uomo. Il Concilio Vaticano II ha rappresentato per la Chiesa, aprendola agli influssi spurii delle filosofìe moderne sorte dalla rivolta contro la metafisica e il tomismo, ciò che la Rivoluzione Francese ha rappresentato per la società politica europea e la Breccia di Porta Pia per l'Italia. Da Arca di Salvezza a parodìa dell'INPS, stretta tra conservatori della rivoluzione e ultraprogressisti un pò come qualsiasi parlamentino occidentale.

Per la filosofia naturale e cristiana, ancora non contaminata, l’uomo può cercare la verità ma non può decidere di essa: una volta trovatala, deve sottomettere l’intelletto alla verità, in quanto lo stesso è creato e orientato per il vero, come gli occhi lo sono per l’oggetto da vedere. Il soggetto viene subordinato all’oggetto e pertanto l’intelletto riconosce  la verità, non la inventa, come la volontà non crea il bene, ma aderisce casomai ad esso. Un brillante pensatore cattolico, Marcel De Corte, così sintetizzava la questione: ”Verità non vi è, se intelligenza non concorda con la realtà”. Tutto ciò è insopportabile per le filosofìe moderne che non considerano l’uomo come creatura misurata ma come misura stessa di ogni cosa, come principio e fondamento, come “creatore” che liberamente e nella sua illimitatezza, sceglie il vero e il falso, il Bene e il Male. La Rivoluzione ha quindi bisogno di stravolgere lo statuto della natura umana, contrassegnato dal limite e la devozione in quel Dio “colpevole” di aver deciso per l’uomo quella limitatezza. In termini teologico-morali, la Rivoluzione è rivolta a distruggere nell’uomo la virtù dell’Umiltà per innestare la pianta prepotente dell’Orgoglio.

In estrema sintesi è lo scontro "agostiniano" tra una Città che mette sul trono Dio e una Città che pone invece l'Uomo divinizzato, misura di tutte le cose, al Centro dell'Universo e della società stessa. La costatazione degli stessi rivoluzionari che gli uomini rimanevano però sempre gli stessi, con tutti i loro vizi e le loro meschinità, induceva a non considerare più il Male come proveniente dall’interno stesso dell’umano, ma che la Rivoluzione doveva crescere di intensità per trasformare del tutto lo statuto genetico dell’Uomo per proiettarLo nel “bene”: ecco il Terrore. Appare dunque ovvio che qualsiasi mezzo potrà essere usato per giungere al trionfo della Purezza incarnata dalla Rivoluzione e che la non accettazione della Rivoluzione significava appartenere ad una razza sub-umana (i “briganti”), indegna di vivere: ecco il genocidio vandeano. Del resto lo stesso Maximilien Roberspierre disse alla Convenzione nel 17 febbraio 1794: “Il Terrore altro non è se non la giustizia, pronta, severa, inflessibile….un’emanazione della virtù”. Pulizia materiale quindi di tutto lo “sporco” che occuperebbe la società, con esaltazione dello sterminio così come voluto da Jean Paul Marat (10 agosto 1792): “…non lasciate dietro a voi che cadaveri e sangue”. Peccato per il “popolarismo” giacobino che neanche il 10% delle vittime sarebbero state di “aristocratici”, avendo la furia omicida colpito proprio il popolo che rifiutava la Rivoluzione. Venne così abolita ogni formazione di associazioni contadine con legge del 1793, facilitando l’acquisto da parte della borghesia più facoltosa delle terre demaniali ed ecclesiastiche, prima gravate dall’ipoteca sociale che contemplava diritti maggiori e minori, una proprietà non assoluta ma comunitaria: ecco l’individualismo economico. E così la nuova fraternità avrà come base non la figliolanza (avere un Padre comune) ma la condivisione di una collocazione immanente e neanche un’idea di appartenenza concreta, ma di autosufficienza. Se appunto "medioevo" e "rivoluzione" sono due "stili" e due concezioni della vita e della società, è evidente che una tale dicotomìa si disvela come fenomeno persistente in ogni epoca storica. Un esempio recente dello scontro di tali "categorie" può essere ben evidenziato nella divisione assoluta verificatasi in Italia riguardo la vicenda di Eluana Englaro. Quando scendono in campo gli archetipi, anche lo scacchiere politico viene scompaginato essendo la coscienza profonda delle persone a prendersi una rivincita sulle artificiali “coalizioni elettorali”. Marcello Veneziani ha scritto notevoli riflessioni sulla Tradizione intesa come trasmissione, come vivificante passaggio che collega passato e futuro senza che vengano recise le radici per cui, "uccidendo i padri" si sono già uccisi pure i figli.

A proposito di figli, credo che la crisi demografica italiana dipenda essenzialmente dal rifiuto di scommettere sul futuro e sul peso che la "liberazione" sessantottina dai vincoli familiari ha lasciato nelle menti, ereditando l’idea dell’ autosufficienza individualista rivoluzionaria.

Mettere sù famiglia diventa allora gesto eroico e rivoluzionario, atto eversivo dell'ordinamento giuridico e del nuovo senso comune.

Davanti ad un cambiamento di mentalità e di stile di vita, ogni problema economico o occupazionale assume in realtà connotati di aggravante che inducono l’individuo a non assumersi delle responsabilità. Non si capirebbe perché altrimenti, sono proprio i più poveri ad essere proletari, cioè quelli ricchi di prole, mentre chi potrebbe permettersi di avere una famiglia numerosa, preferisce il contrario. Rivoluzione e Medioevo: archètipi che si scontrano, visioni del mondo e della vita che pigliano le armi da almeno mille anni. Come le presero 150 anni fa....ma su questo tornerò prossimamente.

 

(Per seguire la presentazione del libro "La rivoluzione contro il Medioevo" - Pescara giugno 2009)

http://www.youtube.com/watch?v=5VFKIl1nHAE

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Controcorrente e lucido, come sempre. Sebbene il Concilio Vaticano II non sia stato un aprirsi della Chiesa alla Rivoluzione, ma un parlare secondo un linguaggio che gli uomini assopiti della Modernità potessero intendere, per potersi riaffacciare più facilmente all'immutabile verità. Che questo abbia portato a molti fraintendimenti, è da imputare più alle chiose al Concilio che molti fanno che non ai documenti stessi.
Lucido, condivisibile, interessante, e molto...complimenti davvero! Degno di nota il passaggio sul rapporto tra Rivoluzione e storia...è una tecnica propriamente rivoluzionaria quella di far apparire il passato come per forza "brutto, sporco e cattivo", prima dello scoppio della Rivoluzione stessa (che, come si scopre in seguito, è tutt'altro che popolare, fatta dal popolo per il popolo nel rispetto dello spirito del popolo)...l'abbiamo visto con la Rivoluzione Francese, e, dal momento che il 17 marzo si avvicina, ancor più con il Risorgimento...il passato, sia esso l'Ancien Regime o gli Stati pre-unitari, è sempre e solo negativo e riprovevole...o, meglio, così ci viene fatto vedere... Discorso a parte, secondo me, merita invece la riflessione sul Concilio Vaticano II (anche se Suenens, uno degli alfieri del modernismo in quell'assise disse che il Vaticano II era il 1789 della Chiesa...così come, dall'altra sponda tradizionale, Plinio Correa de Oliveira, disse che con il Vaticano II la Rivoluzione era entrata nella Chiesa)...ma è comunque degno di citazione, visto che, dopo il 1965, si sono diffusi nei seminari e nelle chiese il soggettivismo, l'antropologismo, il disprezzo per la tradizione (o, meglio, per la Tradizione), ovvero i principi e i prodotti della suddetta Rivoluzione... In conclusione, comunque, complimenti davvero!
@Vincenzo e @Robdea....mille indizii non faranno una prova, mille comportamenti favoriti o tollerati neanche, mille mea-culpa per il passato neppure, mille rivoluzioni (sacramenti, liturgìa, diritto canonico) manco....ma allora non è successo nulla nel Concilio? http://www.unavox.it/FruttiPostconcilio/SommFruttiConcilio.htm Non direi....
La tradizione giudaicocristiana pone prima dio dopo l'uomo ed esclude il contrario. Così facendo inventa il tempo, il prima e il dopo, e per molti agnostici l'irrisolvibile enigma prima l'uovo o la gallina. E' chiaro che Pietro ha deciso chi viene prima, cosicchè la narrazione che fa della rivoluzione e del tempo che la precede non fa nessuna grinza. Ma se dio, l'uomo, l'uovo e la gallina fossero invece consustanziali?
Se cosi fosse, Divinangelo, tutto sarebbe Dio e Dio sarebbe tutto. L'et-et è impossibile su questo discorso perchè o è Dio ad aver creato l'uomo o è l'uomo ad aver creato Dio; l'una ipotesi esclude l'altra. Il panteismo in realtà maschera l' ateismo pratico che non nega l'esistenza di Dio direttamente ma fa vivere come se Dio non ci fosse o riduce Dio ad una proiezione dell'immaginario umano, cioè ad una creatura dell'uomo, di OGNI uomo. Se così fosse dovrebbe essere l'uomo il vero Dio che creerebbe se stesso indefinitamente in milioni di forme diverse. Ciò è falso e assurdo perchè intanto l'uomo non si crea da sè, e perchè la costatazione dell'imperfezione umana e del mondo contrasta con la perfezione che Dio dovrebbe possedere: se ogni effetto necessita di una causa, andando a ritroso ogni creatura necessita di una Causa Prima originante. Se così non fosse, il Nulla sarebbe Dio, il Nulla sarebbe l'uomo, il Nulla sarebbe il Tutto. Ma il Nulla non c'è, nè può coincidere con l'Essere, nè con gli esseri. Pertanto il panteismo non è solo un assurdo filosofico che conduce all'ateismo pratico, ma è altresì un'idolatrìa del Nulla. L'antimetafisica ha comportato l'enti-cidio: ribellione moderna e nichilismo; il nichilismo ha comportato il sui-cidio: disperazione post-moderna.
Il punto, Pietro, è che partiamo da assiomi diversi, tu ad esempio assumendo l'et-et conduci il discorso su alcune coppie metafisiche come l'uomo e dio, il nulla e dio, l'essere e non-essere in un insieme "chiuso". Dal canto mio, invece, l'insieme chiuso è un paradosso poichè non risponde al "fuori" dell'insieme o, per passare dal linguaggio matematico a quello metafisico, al fuori che limita il Tutto. Già così sono evidenti le aporie insite nella metafisica alle quali, a dire il vero, la filosofia contemporanea ha già risposto esaurientemente a iniziare da Nietzsche e Heiddeger che ha parlato di oltrepassamento della metafisica classica, sbarrando con una croce, nei suoi ultimi scritti, la parola Essere. Io credo che le coppie metafisiche sopraelencate in realtà siano astrazioni utili ad un vecchio linguaggio. Riprendendo in prestito il linguaggio matematico io sfumerei dette coppie in un "insieme aperto", dove ogni "fenomeno", o "ente" , altro non è che attualizzazione di un processo della materia che evolve dall'inorganico al biologico, apparentemente orientato (ma questa è solo una mia impressione) verso una superiore spiritualizzazione della materia stessa. Ma, da queste veloci considerazioni, a mio avviso non si possono trarre conclusioni di nessun genere. E nemmeno si può dire, come invece viene detto, che con la morte di dio è stato ucciso anche l'uomo. Ad essere stati uccisi per me sono state solo le trascendenze che non hanno più retto alle loro stesse contraddizioni di cui facendo "molta" sintesi ho provato a dire. Personalmente resto in ascolto, come sentinella in un deserto dei tartari, di tutto ciò che proviene dall'Aperto.
Mi dispiace Divinangelo ma è il "tuo" sistema filosofico (per la verità più che "tuo" direi gnostico immanentistico) ad essere chiuso nella circolarità di una presupposta autosufficienza che riduce heideggerianamente l'essere all'autocoscienza, l'essere al pensiero o marxianamente vedendo nella materia il soggetto della dialettica. Le conclusioni di questo sistema sono assurde per un motivo semplice: inducono a credere che la realtà sia solo un'apparenza mentre essa esiste a prescindere dal nostro "cogito". p.s. Mi permetto di far notare comunque che stiamo esulando dal contenuto del pezzo che è orientato all'analisi dello scontro tra la Rivoluzione e il Medioevo (alias Cristianità)
Dico solo che l'immanentismo non annulla affatto la realtà o la materia, anzi di questa ne ha fatto una filosofia(materialismo storico e dialettico). Ha solo screditato la Trascendenza, che a mio parere descrive il mondo, la realtà terrena come apparenze, come simulacri di un altro mondo ideale e vero(Platone, ecc.). Non vado oltre per non essere fuori tema ancora una volta. Con sincera stima.
«Senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Eb 11, 6). Queste parole di San Paolo sembrano dimenticate oggigiorno, persino da coloro che, tuttavia, si definiscono «credenti», ovvero come coloro che hanno la fede. Vero credente, infatti, è solo colui che vive della fede, che decide alla luce della fede tutte le scelte della sua esistenza. E per fede non intendiamo naturalmente un vago sentimento soggettivo, ma quella virtù sovrannaturale che ha per oggetto, come ognuno di noi recita nell’atto di fede, ciò che Dio ha rivelato, e la Santa Chiesa ci propone a credere. Già nel 1969, gli autori del Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, presentato a Paolo VI dai Cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, affermavano: «è evidente che il Novus Ordo non vuole più rappresentare la fede (del Concilio) di Trento. A questa fede, nondimeno, la coscienza cattolica è vincolata in eterno. Il vero cattolico è dunque posto, dalla promulgazione del Novus Ordo in una tragica necessità di opzione». Lo stesso si potrebbe dire di molti insegnamenti del Vaticano II, che contraddicono la dottrina infallibilmente e irreformabilmente definita della Chiesa, alla quale pure «la coscienza cattolica è vincolata in eterno». La fede spinge dunque il cattolico al rifiuto di una dottrina e di una riforma liturgica in opposizione con quanto «Dio ha rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere». Ma se le cose stanno così, che ne è dell’autorità che ha promulgato, in nome dello Spirito Santo, queste nuove dottrine? A questa domanda sono state date molte risposte. La più corrente è quella che Paolo VI ed i suoi successori sono i veri e legittimi Pontefici Romani, Vicarî di Cristo... ai quali bisognerebbe però disobbedire. Già San Paolo avrebbe risposto: «Chi resiste all’autorità, va contro l’ordine di Dio, e quelli che così resistono, si tireranno addosso la condanna» (Rm 13, 3). Non si tratta, quindi, di disobbedire al Papa, proposizione questa che deve far orrore a ogni cattolico degno di questo nome. Occorre un’altra soluzione. La soluzione che propone l’Autore di questo opuscolo, di poche pagine, ma di ardua teologia, è quella detta Tesi di Cassiciacum, e proposta ai cattolici dal teologo domenicano Mons. Michel-Louis Guérard des Lauriers, già docente di teologia alla Pontificia Università del Laterano, a Roma. L’Autore la presenta nel modo più semplice e più pratico possibile; egli cerca, infatti, di dimostrare (e a mio parere ci riesce perfettamente), che avere una posizione chiara sull’autorità di Paolo VI e dei suoi successori, non è facoltativo per i cattolici. Non si tratta, insomma, di una disputa accademica che non interessa il semplice fedele, o che mette la divisione tra i buoni cattolici. Poiché il Papa è la regola prossima della nostra fede, colui che dobbiamo ascoltare e a cui dobbiamo obbedire per essere salvi, non è secondario, per un cattolico, sapere se tale o talaltra persona è, sì o no, il Vicario di Cristo, il Successore di Pietro, colui che tiene le chiavi del Regno dei Cieli ed ha il potere di sciogliere o di legare... è la fede, che noi dobbiamo esercitare quotidianamente, che ci impone di scegliere, e di scegliere alla luce della medesima fede. L’autore di queste pagine, un giovane sacerdote fondatore e direttore di una scuola cattolica nella regione di Bordeaux, ha fatto la sua scelta, che gli è costata l’espulsione dalla Fraternità San Pio X. Al lettore, adesso, il dovere di informarsi per poi scegliere a sua volta, non secondo il proprio vantaggio, ma secondo le esigenze della fede cattolica. don Francesco Ricossa, rettore dell'«Istituto Mater Boni Consilii».
«Senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Eb 11, 6). Queste parole di San Paolo sembrano dimenticate oggigiorno, persino da coloro che, tuttavia, si definiscono «credenti», ovvero come coloro che hanno la fede. Vero credente, infatti, è solo colui che vive della fede, che decide alla luce della fede tutte le scelte della sua esistenza. E per fede non intendiamo naturalmente un vago sentimento soggettivo, ma quella virtù sovrannaturale che ha per oggetto, come ognuno di noi recita nell’atto di fede, ciò che Dio ha rivelato, e la Santa Chiesa ci propone a credere. Già nel 1969, gli autori del Breve esame critico del Novus Ordo Missæ, presentato a Paolo VI dai Cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, affermavano: «è evidente che il Novus Ordo non vuole più rappresentare la fede (del Concilio) di Trento. A questa fede, nondimeno, la coscienza cattolica è vincolata in eterno. Il vero cattolico è dunque posto, dalla promulgazione del Novus Ordo in una tragica necessità di opzione». Lo stesso si potrebbe dire di molti insegnamenti del Vaticano II, che contraddicono la dottrina infallibilmente e irreformabilmente definita della Chiesa, alla quale pure «la coscienza cattolica è vincolata in eterno». La fede spinge dunque il cattolico al rifiuto di una dottrina e di una riforma liturgica in opposizione con quanto «Dio ha rivelato e la Santa Chiesa ci propone a credere». Ma se le cose stanno così, che ne è dell’autorità che ha promulgato, in nome dello Spirito Santo, queste nuove dottrine? A questa domanda sono state date molte risposte. La più corrente è quella che Paolo VI ed i suoi successori sono i veri e legittimi Pontefici Romani, Vicarî di Cristo... ai quali bisognerebbe però disobbedire. Già San Paolo avrebbe risposto: «Chi resiste all’autorità, va contro l’ordine di Dio, e quelli che così resistono, si tireranno addosso la condanna» (Rm 13, 3). Non si tratta, quindi, di disobbedire al Papa, proposizione questa che deve far orrore a ogni cattolico degno di questo nome. Occorre un’altra soluzione. La soluzione che propone l’Autore di questo opuscolo, di poche pagine, ma di ardua teologia, è quella detta Tesi di Cassiciacum, e proposta ai cattolici dal teologo domenicano Mons. Michel-Louis Guérard des Lauriers, già docente di teologia alla Pontificia Università del Laterano, a Roma. L’Autore la presenta nel modo più semplice e più pratico possibile; egli cerca, infatti, di dimostrare (e a mio parere ci riesce perfettamente), che avere una posizione chiara sull’autorità di Paolo VI e dei suoi successori, non è facoltativo per i cattolici. Non si tratta, insomma, di una disputa accademica che non interessa il semplice fedele, o che mette la divisione tra i buoni cattolici. Poiché il Papa è la regola prossima della nostra fede, colui che dobbiamo ascoltare e a cui dobbiamo obbedire per essere salvi, non è secondario, per un cattolico, sapere se tale o talaltra persona è, sì o no, il Vicario di Cristo, il Successore di Pietro, colui che tiene le chiavi del Regno dei Cieli ed ha il potere di sciogliere o di legare... è la fede, che noi dobbiamo esercitare quotidianamente, che ci impone di scegliere, e di scegliere alla luce della medesima fede. L’autore di queste pagine, un giovane sacerdote fondatore e direttore di una scuola cattolica nella regione di Bordeaux, ha fatto la sua scelta, che gli è costata l’espulsione dalla Fraternità San Pio X. Al lettore, adesso, il dovere di informarsi per poi scegliere a sua volta, non secondo il proprio vantaggio, ma secondo le esigenze della fede cattolica. don Francesco Ricossa, rettore dell'«Istituto Mater Boni Consilii».
Mi sembra che si stia facendo la questione in maniera molto complicata. La Fede Cristiana, il Cristianesimo è una cosa bellissima e semplicissima. Nasce semplicemente così come semplicemente Giovanni ed Andrea ascoltandolo come il figlio prediletto chiesero a Gesù: "Maestro dove abiti?" ed il Signore rispose loro " Venite e vedete" e stettero con Lui tutto il pomeriggio. Quando tornarono a casa Giovanni disse a Pietro " abbiamo trovato il Messia". Da dove gli veniva quella certezza? E' che avevano, stando con Lui, sperimentato che rispondeva alle loro aspettative umane, al loro desiderio di bellezza, verità e giustizia; in sintesi al loro desiderio di felicità. Questo è il Cristianesimo: l'incontro tra il desiderio di Felicità del'uomo e la risposta a questo desiderio che è Gesu di Nazareth! E questo è incontrabile oggi come allora nell'incontro con una umanità resa nuova DALL'INCONTRO CON LA COMUNITà CRISTIANA. Se così non fosse, se Lui cioè, non fosse vivo e incontrabile oggi la Fede Cristiana sarebbe solo un'astrazione tanto che S. Paolo diceva " Se Gesù non fosse risorto vana sarebbe la nostra Fede!" Tutto il resto sono arzigogolamenti contorti che complicano le cose per renderle non leggibili a tutti.
AA. VV., Le livre noir de la Révolution française, Cerf, Paris 2008, pp.882 € 44,00 www.editionsducerf.fr Tratto dal CentrostudilaRuna Di Michele Fabbri La Rivoluzione francese è indubbiamente l’avvenimento storico che più di ogni altro si presta a esemplificare le dinamiche della sovversione. Col 1789 finisce un mondo fondato sulla gerarchia e comincia un mondo ispirato ai disvalori egualitari che hanno portato l’Occidente a sprofondare nel baratro della società multicriminale. A cavallo dei secoli XX e XXI alcuni coraggiosi intellettuali hanno intrapreso la via del revisionismo storico per cercare di correggere i troppi errori di prospettiva che hanno inficiato molta storiografia contemporanea. In Francia, dopo la pubblicazione de Il libro nero del comunismo, è stato pubblicato anche Le livre noir de la Revolution française, che si propone di analizzare con taglio fortemente critico gli avvenimenti che sono stati assunti come una vera e propria Genesi della modernità. Il lavoro è stato coordinato dal Padre domenicano Renaud Escande; il libro, infatti, è pubblicato dalla casa editrice Cerf, che è l’editore dell’Ordine Domenicano di Francia, un piccolo editore quindi, specializzato in testi di storia e di teologia e con scarsa capacità di diffusione. Tuttavia l’importanza dell’argomento trattato ha fatto di questo libro un eccezionale successo di vendite in Francia, nonostante le recensioni negative della grande stampa, tutta asservita a una classe dirigente che seppure a vario titolo si richiama all’evento fondante della Repubblica Francese.Il libro è una raccolta di saggi scritti da diversi specialisti della materia: professori universitari di storia, di diritto, di letteratura, giornalisti, saggisti. Il volume è diviso in tre parti: la prima ricostruisce alcuni avvenimenti chiave riportandoli alla loro effettiva portata, la seconda parte è dedicata agli intellettuali che hanno riflettuto e scritto sugli avvenimenti rivoluzionari, la terza parte è un’antologia di testimonianze dell’epoca rivoluzionaria. Naturalmente l’avvenimento che è stato preso a simbolo della Rivoluzione è la presa della Bastiglia, che viene presentata nei manuali di storia come un fatto di portata apocalittica. In realtà il 14 luglio 1789 si svolse un’azione essenzialmente dimostrativa: una folla di esaltati, sobillati dagli affiliati alle logge massoniche, assalta la fortezza-prigione e al termine della giornata restano sul terreno un centinaio di morti. Un’inezia rispetto a quello che accadrà negli anni successivi. A partire da quel momento l’autorità del re comincia a vacillare: l’Assemblea Nazionale sembra prendere la strada di una monarchia costituzionale, ma gli avvenimenti precipitano e la tensione si accumula minacciosamente nella vita politica francese. Il gran ballo rivoluzionario comincia con l’assalto al reggimento della Guardia Reale. Il re di Francia aveva, come il papa, un reggimento di guardie svizzere che vegliava sulla sicurezza della famiglia reale. Gli Svizzeri del re erano reclutati sia nei Cantoni cattolici che in quelli protestanti: si trattava di un corpo d’élite in cui le divisioni religiose erano superate in nome della comune fedeltà al sovrano. Il 10 agosto 1792 una canaglia di ubriachi attaccò il palazzo delle Tuileries travolgendo le guardie svizzere che vennero massacrate in breve tempo dagli aggressori che erano in numero soverchiante. I rivoluzionari si accanirono sui cadaveri mutilandoli e agitandoli come burattini, alcune donne tagliarono il sesso ai morti portandolo in giro come un trofeo… Questo episodio diede una pessima impressione all’estero della Francia rivoluzionaria, e la Svizzera dovrà patire ancora le violenze francesi quando gli eserciti repubblicani occuperanno il territorio elvetico seminando il terrore: al canto degli inni rivoluzionari i Francesi incendiavano le chiese parrocchiali dopo avervi chiuso dentro gli abitanti dei villaggi! I testi sulla figura di Luigi XVI sono tra i più interessanti. L’ultimo sole di Versailles venne dipinto dai rivoluzionari come un mostro autoritario e dispotico, ma in realtà il re aveva un carattere estremamente mite e quasi arrendevole (un tratto, questo, che lo accomuna a Nicola II, l’ultimo zar). L’operato di Luigi XVI non è diverso da quello di altri monarchi illuminati del tempo: impulso agli studi scientifici, concessione della libertà religiosa a ebrei e protestanti, sviluppo della marina militare e mercantile… Ma per i rivoluzionari era importante colpire l’istituzione monarchica e dare l’esempio a future rivoluzioni. Nel processo-farsa celebrato contro il monarca l’accusa si scatenava in insulti che sfioravano il grottesco: tigre, coccodrillo, rinoceronte… Alcuni giacobini enunciavano il concetto che uccidere un re non è reato: slogan simili hanno avuto grande fortuna anche in circostanze più vicine a noi! Robespierre definì Luigi XVI un “criminale contro l’umanità” aprendo la strada a concetti che troveranno applicazione in procedure giuridiche inverosimili: dal processo di Norimberga a quello contro Saddam Hussein. Luigi XVI col suo atteggiamento fatalistico non tentò nemmeno una difesa efficace e salì alla ghigliottina recitando il Salmo 3: «Signore, quanto sono numerosi i miei nemici». Analoga sorte toccherà a Maria Antonietta. La moglie di Luigi XVI era famosa per il suo stile di vita lussuoso e superficiale, ma della regina di Francia tutto si poteva dire tranne che fosse cattiva o che avesse un brutto carattere. Eppure nemmeno a lei furono risparmiati gli sberleffi e le crudeltà. Rinchiusa in carcere con i figli, fu poi separata dall’erede al trono, il piccolo Luigi XVII. Quando i carcerieri vennero a prendere il bambino Maria Antonietta per oltre un’ora oppose resistenza, finché le guardie dovettero minacciare di uccidere il fanciullo. Il Delfino di Francia venne chiuso in una cella vicina da dove la madre poteva sentirlo piangere quando i carcerieri infierivano contro di lui con ogni genere di maltrattamenti. Il capitolo dedicato al martirio dell’erede al trono è il più toccante di tutto il libro: è difficile credere che ci si possa essere accaniti a quel modo su un bambino di otto anni che non poteva avere alcuna responsabilità politica. Dopo averlo separato dalla madre i carcerieri lo tennero da solo in un’altra cella, poi lo chiusero in una cella d’isolamento completamente buia dove gli veniva passata la scodella del rancio da una fessura. Dopo sei mesi dei medici entrarono nella cella per visitare il detenuto: il bambino era in stato di semicoscienza, coperto di escrementi, di pulci e di vermi, con le membra rattrappite doloranti ad ogni movimento. Morì dopo qualche settimana di agonia. I testimoni che lo hanno visto in carcere affermano che mai sentirono parole di odio da lui: il piccolo Luigi non fece altro che invocare il perdono di Dio sui suoi carnefici (e quando gli aguzzini lo vedevano pregare gli gettavano addosso un secchio di acqua gelata). Il libro propone anche riflessioni su personaggi che si prestano a interpretazioni originali, uno di questi è Saint-Just che per certi versi si può considerare come un precursore del fascismo. I presupposti egualitari della Rivoluzione francese sono certamente inconciliabili coi valori gerarchici dei regimi fascisti, ma una certa concezione centralizzata e monolitica dello stato elaborata dai rivoluzionari è stata assunta anche dal nazifascismo. Saint-Just fu un convinto sostenitore di queste idee, inoltre la passione per gli esercizi fisici e per le imprese militari lo rende simile a certi stereotipi cari a Mussolini e Hitler; tanto più che Saint-Just era assillato da un’ansia di purificazione radicale della società che ispirerà anche i regimi di estrema destra. Saint-Just mostrò una dedizione totale alla causa rivoluzionaria guadagnandosi il soprannome di “Arcangelo del Terrore”, e nel 1794 seguirà sulla ghigliottina il suo capo carismatico, Robespierre. Dunque un accostamento un po’ ardito quello tra Saint-Just e il fascismo, ma non del tutto peregrino e meritevole di ulteriori approfondimenti. La cultura illuminista, che si era affermata in nome della tolleranza, non appena giunta al potere getta la maschera cominciando la persecuzione antireligiosa. Comincia quindi l’epoca delle battaglie laiciste che pretendono di cancellare il sentimento religioso non solo dalla vita pubblica ma anche da quella privata, al grido di “nessuna tolleranza con gli intolleranti”, altro slogan che gode di grande fortuna ancora oggi. Nel periodo del Terrore circa 8000 religiosi vennero giustiziati. Inoltre frati e suore vennero sciolti dai voti e invitati a lasciare i monasteri, ma in realtà furono una minoranza coloro che scelsero di tornare alla vita laica, quindi non erano poi tanti i reclusi forzati di cui parlavano i philosophes illuministi. Lo specialista Reynald Secher affronta il delicato tema della guerra di Vandea, scheletro nell’armadio della Rivoluzione. Il conflitto della Vandea è la prima guerra di sterminio dell’epoca moderna e per molto tempo è stato oggetto di una manipolazione della memoria che si è tradotta in un vero e proprio “memoricidio” che ha segnato a lungo la coscienza civile francese. Il libro si sofferma anche sulle devastazioni al patrimonio culturale causate dalla furia rivoluzionaria: nella fase più accesa del movimento sovversivo furono devastate le chiese, distrutti emblemi araldici e statue di nobili e di sovrani. Nel caos rivoluzionario si verificarono gravi danni anche alle biblioteche soprattutto monastiche: molti preziosi codici medievali vennero dati alle fiamme o furono utilizzati per fabbricare cartucce. Ci sono episodi che mostrano a quale livello di delirio e di deformazione della realtà possa arrivare l’atteggiamento ideologico della mentalità rivoluzionaria. Emblematico è il caso della marina militare. Luigi XVI, appassionato di viaggi navali, aveva dedicato molte energie alla ristrutturazione della marina militare, e raccolse i frutti del suo impegno: nel corso della Rivoluzione americana la marina francese ottenne brillanti successi contro gli Inglesi, mettendo a rischio la consolidata supremazia della marina britannica. Nella marina militare gli ufficiali erano tutti nobili, chi non era di famiglia nobile poteva comandare solo navi mercantili. Con la Rivoluzione, nelle navi militari si formano assemblee di marinai che prefigurano i Soviet del 1917; molti ufficiali nobili vengono uccisi o incarcerati e agli ufficiali della marina mercantile viene data la facoltà di comandare navi militari senza nemmeno verificare la loro effettiva preparazione. Un ufficiale militare doveva avere competenze tecniche di eccellenza per guidare una nave in combattimento, per fare manovre di squadra e per dirigere il tiro dell’artiglieria: l’inesperienza degli ufficiali mercantili incide pesantemente sull’esito delle battaglie navali e la marina di Sua Maestà Britannica comincia a inanellare una serie di spettacolari vittorie sulla flotta francese. Pochi anni dopo Napoleone dovrà rimpiangere la Marine Royale! Nel campo legislativo i rivoluzionari volevano attuare le utopie illuministe: si pensava di poter arrivare alla massima semplificazione del diritto in modo da permettere a tutti di fare a meno degli avvocati! In realtà fin dall’inizio il governo rivoluzionario si caratterizza per una assurda proliferazione di leggi: le democrazie moderne sotto quest’aspetto sono davvero le degne eredi della Rivoluzione… Ma per certi versi il diritto fu effettivamente semplificato: negli anni del Terrore i processi per reati politici si svolgevano sulla base di sospetti e delazioni e gli imputati erano condannati con procedimenti sommari e improvvisati! Un campo in cui i rivoluzionari si impegnarono particolarmente era quello del diritto di famiglia. Nelle legislazioni dell’Ancien Régime la figura del padre di famiglia corrispondeva a quella del sovrano nella nazione, per cui preoccupazione eminente dei rivoluzionari era l’abbattimento dell’autorità patriarcale, l’introduzione del divorzio, l’allentamento dei vincoli famigliari. Si cominciava a parlare di femminismo e di “educazione collettiva”: la società contemporanea ha portato a termine quest’opera di dissoluzione della famiglia naturale in un modo che non poteva essere più completo! Molto interessante è il saggio di Jean Tulard sull’atteggiamento di Napoleone verso gli avvenimenti rivoluzionari. Le testimonianze disponibili mostrano che al giovane Bonaparte interessava una sola cosa: la battaglia per l’indipendenza della sua Corsica. La Rivoluzione sembra lasciare indifferente il giovane ufficiale d’artiglieria, che comincia a entrare nella vita politica solo in virtù dei suoi incarichi militari. Napoleone cavalca i miti rivoluzionari, ma una volta giunto al potere instaura lui stesso una nuova monarchia che scontenta i partigiani più “progressisti” del 1789. Non c’è dubbio comunque che l’Imperatore dei Francesi sarà sempre legato alla diffusione delle idee illuministe su scala europea. Stéphane Courtois, lo storico che ha coordinato il lavoro per la pubblicazione de Il libro nero del comunismo, evidenzia le similitudini fra la Rivoluzione francese e la Rivoluzione russa. Il parallelismo dei due fenomeni è evidente, e gli stessi rivoluzionari russi prendono a modello Robespierre: in effetti il comunismo non ha fatto altro che amplificare ed elevare all’ennesima potenza la prassi operativa del Terrore. È indicativo come entrambe le rivoluzioni abbiano anche imboccato la via dell’autoassoluzione: quando Krusciov denuncia i crimini di Stalin in realtà denuncia l’apparato di potere cui lui stesso appartiene, così come la Repubblica Francese inscenò un processo-farsa per i crimini di guerra in Vandea, crimini di cui erano responsabili gli stessi membri della Convenzione, che ebbero la faccia tosta di presentarsi come salvatori della patria dopo aver mandato alla ghigliottina il loro dittatore Robespierre. Michaël Bar Zvi tratta del rapporto fra ebrei e Rivoluzione francese. Questo breve saggio è decisamente spiazzante, poiché Bar Zvi ritiene che l’emancipazione ebraica abbia…esposto gli ebrei a ulteriori discriminazioni! In realtà l’effetto forse più gravido di conseguenze del 1789 è proprio l’abolizione delle interdizioni giudaiche che ha permesso agli ebrei un’irresistibile ascesa ai vertici della scala sociale, anche se è verosimile pensare che all’epoca i piani sionisti fossero confinati a una ristretta cerchia di rabbini. Nell’Assemblea Nazionale del 1789 si enunciò il principio per cui occorreva riconoscere tutto agli ebrei in quanto individui e nulla in quanto comunità religiosa. Il principio sul piano giuridico non fa una grinza, ma gli ebrei continuarono ad avere un atteggiamento settario, al punto che lo stesso Napoleone dovrà tornare sui passi rivoluzionari rimettendo in vigore alcune restrizioni nei confronti della comunità ebraica. Le tesi di Bar Zvi sono mutuate da quelle della filosofessa ebrea Hanna Arendt, che riteneva inaccettabile che gli ebrei rinunciassero allo statuto di “popolo eletto” sottoponendosi all’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Alla luce di quanto è avvenuto negli ultimi due secoli, si deve constatare che la lobby ebraica deve tutto ai principi egualitari dell’89. Più interessante sarebbe piuttosto approfondire la storia della famiglia ebraica Rothschild, che proprio nel periodo delle guerre napoleoniche incrementa immensamente le sue fortune economiche finanziando gli opposti schieramenti e mantenendo uno stato di perenne conflittualità fra le nazioni d’Europa. Il Padre domenicano Jean-Michel Potin analizza i famosi concetti rivoluzionari liberté, égalité, fraternité, mostrandone tutta l’astrattezza e la pretestuosa applicazione. Questi concetti, infatti, sono estremamente vaghi e suscettibili di interpretazioni che possono essere le più svariate e le più antitetiche: dal Cristianesimo all’illuminismo, dal comunismo al nazionalismo queste parole sono state adattate ai contesti più eterogenei. La seconda parte del libro esamina l’interpretazione critica degli avvenimenti rivoluzionari da parte di alcune importanti figure intellettuali. Da Rivarol che appassionò Ernst Jünger, a Nietzsche, il più penetrante critico dell’egualitarismo, ai cattolici militanti come Bloy, Péguy, Bernanos… Fra i pensatori controrivoluzionari i più interessanti sono indubbiamente Joseph de Maistre e Louis de Bonald. Il savoiardo de Maistre è tra i primi a rilevare come gli ideali pacifisti dell’illuminismo nella loro attuazione pratica abbiano scatenato l’era delle guerre totali e della militarizzazione della vita civile. Louis de Bonald elabora una sorta di ideologia controrivoluzionaria organizzata sul concetto di ordine trinitario: clero, nobiltà, borghesia, e nel microcosmo famigliare padre, madre e figli. Quasi una rivisitazione delle concezioni tripartite degli Indoeuropei! Un’importante figura che segna un salto di qualità nel pensiero conservatore è quella di Donoso Cortés, che riflettendo sugli avvenimenti del 1848, ispirati al 1789 e aggravati dal nascente virus del comunismo, comincia a elaborare l’idea di una risposta radicale all’egualitarismo rivoluzionario: per opporsi alle rivoluzioni occorre una dittatura che assume i connotati di un intervento miracoloso nell’ordine divino. Una figura da tener presente è quella dello storico Augustin Cochin (1875-1916) che ha dedicato la sua attività di ricerca al ruolo della Massoneria nella Rivoluzione francese. Questo originale studioso ha messo in luce le assurde imposture della cultura “democratica”, che elabora nel segreto delle logge le parole d’ordine che vengono poi divulgate come espressione della “volontà generale”. Il XXI secolo ha portato alle estreme conseguenze queste strategie di comunicazione col risultato di una totale alienazione degli individui dalla sfera della politica. Fra i critici della Rivoluzione non si può non menzionare Charles Maurras. Il faro intellettuale dell’Action Française denunciava il sistema plutocratico nato dal 1789, l’emancipazione degli ebrei, nonché la dittatura delle parole, che ha impoverito e standardizzato il linguaggio. Inoltre Maurras stigmatizzava la cancellazione delle identità locali messa in atto dalla concezione rivoluzionaria della patria “una e indivisibile”. La terza parte del libro raccoglie testimonianze dell’epoca che ci informano su alcuni momenti salienti del processo rivoluzionario. Leggere queste pagine lascia ancora oggi esterrefatti per la brutalità e l’efferatezza degli avvenimenti narrati. Rasenta l’inverosimile la descrizione dei cimiteri parigini nel periodo del Terrore. Nella sola Parigi si poteva arrivare a giustiziare centinaia di persone al giorno e i cadaveri dei ghigliottinati erano talmente numerosi che venivano sepolti a fior di terra: le salme emanavano un fetore insopportabile e dai cimiteri colavano rivoli di carne umana in decomposizione. Le autorità dovettero provvedere a un eccezionale ampliamento delle aree cimiteriali e un architetto arrivò perfino a progettare un gigantesco forno crematorio a forma di piramide: un simbolo molto caro alla Massoneria… Queste pagine che testimoniano della inaudita violenza rivoluzionaria dovrebbero sempre essere richiamate alla memoria quando la classe dirigente democratica esibisce la sconcia retorica delle “pari opportunità”. Il mondo moderno, nato dalla Rivoluzione dell’89, è ancora oggi in larga parte influenzato dalla prassi rivoluzionaria. La lunga ombra del Terrore arriva fino a noi, con i diktat paranoici della correttezza politica, che si ispirano ai “certificati di civismo” istituiti dal governo rivoluzionario, con la “legge dei sospetti” di Robespierre che si prolunga nei moderni reati d’opinione: razzismo, antisemitismo, revisionismo, sessismo, omofobia… L’appiattimento della personalità prefigurato dall’illuminismo è stato pienamente attuato dalla società di massa contemporanea, e la distruzione delle caste naturali ha lasciato il campo a caste artificiali i cui privilegi non sono giustificati da alcuna funzione sociale. La Francia ha celebrato trionfalmente i primi due centenari della Rivoluzione, ma oggi ci si chiede se sarà festeggiato un terzo centenario. L’Europa è avviata a un processo di putrefazione multietnica forse irreversibile. Verosimilmente fra qualche decennio i musulmani saranno una larga maggioranza in Europa, quindi i “valori laici” della Rivoluzione andranno letteralmente…a farsi benedire! Se poi l’Europa dovesse vivere un sussulto di orgoglio identitario che risvegli le coscienze assopite dei suoi popoli, allora le istanze egualitarie del 1789 saranno il nemico pubblico numero uno in sistemi politici basati sulla gerarchia. Pare insomma che non ci sia alcun futuro per i sacri principi dell’89, che alla prova della storia mostrano di essere stati la condanna a morte della civiltà europea. * * *