Sono trascorsi venticinque anni dalla pubblicazione del testo di Alma Sabatini e Marcella Mariani "Il sessismo nella lingua italiana" in cui si suggeriscono alcune linee guida sull'uso non discriminante della nostra lingua. Il lavoro, commissionato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, rientrava nel campo delle iniziative sostenute dalla "Commissione Nazionale per la realizzazione della parità fra uomo e donna".
Immagino che una ventenne di oggi possa stentare a credere che in Italia ci si sia mai posti il problema, considerato che al momento attuale il sessismo è ben lungi dall'essere un mero fenomeno linguistico, ma si ripropone come vera discriminazione a danno dell'universo femminile che riguarda molteplici aspetti del nostro sociale, sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere.
Sarebbe però un grave errore sottovalutare la forza delle parole, soprattutto in questo momento in cui sono stati "sdoganati" e legittimati molti termini (e atteggiamenti) riferiti al corpo e alla moralità della donna che ne offendono la persona: non chiamo in causa soltanto il linguaggio comune e privato, ma anche, direi in prevalenza, la comunicazione pubblica in generale, che - oggi molto più di un quarto di secolo fa - può condizionare in senso sessista la percezione della differenza tra uomo e donna.
La sensazione è che si debba ricominciare dall'abc, dovendo rieducare innanzitutto ad un linguaggio rispettoso della dignità della persona di sesso femminile, prima di poter arrivare a definire con nuovi termini le differenze di genere preservandone le identità, come proposto nel testo Sabatini - Mariani.
Occorre quindi una larga sensibilizzazione all'argomento, in modo che ciascuno avverta e coltivi dentro di sé la necessità di contribuire alla promozione di una formazione linguistica priva di stereotipi sessuali, che possa condurre infine a ripensare il linguaggio, invertendo una rotta che allontana sempre di più da faticose conquiste etiche e civili che sembravano consolidate.
Fabrizia Valente
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