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Sant’Omero, turni massacranti e paghe da 3 euro l’ora: bar sottratto ai gestori e affidato al Tribunale

di Giancarlo Falconi
4 minuti

SANT’OMERO – Non chiudere il locale, ma allontanare chi lo gestiva e affidarlo ad amministratori nominati dal Tribunale, così da tutelare i lavoratori e garantire loro la continuità del reddito. È la decisione assunta dal giudice per le indagini preliminari di Teramo nei confronti di un bar-caffetteria di Sant’Omero, al centro di una complessa inchiesta per presunto sfruttamento lavorativo.
Nella mattinata di oggi, su delega della Procura della Repubblica di Teramo, i Carabinieri del Nucleo operativo del Gruppo Tutela Lavoro di Roma, affiancati dai militari del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Teramo, hanno eseguito il provvedimento cautelare di controllo giudiziario dell’azienda.
Tre persone risultano indagate a vario titolo: i due coniugi che avrebbero gestito formalmente e concretamente il locale e la collaboratrice di uno studio di consulenza del lavoro. Le accuse ipotizzate sono sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, truffa aggravata ai danni dello Stato, falsità ideologica in atti e ripetute violazioni delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Alla ditta è stata contestata anche la responsabilità amministrativa degli enti prevista dal decreto legislativo 231 del 2001.
L’indagine, coordinata dalla Procura di Teramo, ( Pm Stefano Giovagnoni) era iniziata nel maggio del 2025, dopo che i primi controlli di una task force ispettiva avevano fatto emergere diverse anomalie. Gli investigatori hanno successivamente effettuato servizi di osservazione, controllo e pedinamento, raccogliendo anche le testimonianze di oltre venti dipendenti.
Secondo la ricostruzione investigativa, i gestori avrebbero approfittato delle condizioni di bisogno economico e vulnerabilità sociale dei lavoratori. Tra loro figurerebbero alcuni minorenni e una giovane ragazza madre.
I dipendenti sarebbero stati sottoposti a turni di dieci o dodici ore al giorno, spesso prolungati oltre la mezzanotte, per sette giorni consecutivi. Riposi settimanali e ferie sarebbero stati sistematicamente negati.
A fronte di contratti part-time ritenuti fittizi, le retribuzioni effettivamente corrisposte si sarebbero fermate tra i 3 e i 4 euro l’ora. I lavoratori avrebbero ricevuto paghe forfettarie comprese tra i 30 e i 50 euro al giorno, somme ampiamente inferiori ai minimi stabiliti dal contratto collettivo nazionale.
L’inchiesta avrebbe inoltre portato alla luce un articolato sistema documentale utilizzato per ridurre i costi contributivi. I dipendenti sarebbero stati obbligati, in un clima di forte soggezione psicologica e sotto la minaccia del licenziamento, a firmare dichiarazioni di “assenza non retribuita” riferite a giornate in realtà interamente lavorate.
Questo meccanismo avrebbe prodotto una truffa ai danni dell’Inps, con contributi evasi per oltre 76mila euro.
Le condizioni lavorative sarebbero state aggravate da un ambiente fortemente vessatorio, caratterizzato da umiliazioni pubbliche, richieste di prestare servizio anche durante stati di malattia acuta e controlli costanti esercitati dai gestori, sia personalmente sia a distanza attraverso le telecamere di videosorveglianza installate nel locale.
Gli accertamenti avrebbero inoltre documentato l’impiego stabile e completamente in nero di un fiduciario della proprietà, incaricato della chiusura notturna dell’esercizio e del trasporto degli incassi.
A seguito delle verifiche sono state elevate sanzioni amministrative per un totale di 6.680 euro. A tutela dei dipendenti sono state anche emesse diffide accertative per crediti patrimoniali superiori a 140mila euro.
La somma è stata quantificata riqualificando le presunte “assenze non retribuite” come ore di lavoro effettivamente prestate e mai pagate, consentendo così di calcolare le differenze salariali che sarebbero state sottratte ai lavoratori.
Il giudice, condividendo il quadro indiziario raccolto dai Carabinieri e valutando la necessità di interrompere le presunte condotte illecite, ha deciso di applicare il controllo giudiziario previsto dalla legge 199 del 2016.
La scelta ha evitato il sequestro e la conseguente chiusura del bar, che avrebbe finito per colpire proprio i dipendenti, privandoli del posto di lavoro e dello stipendio. I gestori indagati sono stati invece estromessi dal controllo dell’attività, ora affidata ad amministratori giudiziari nominati dal Tribunale.
A loro spetterà il compito di garantire la prosecuzione dell’attività commerciale, regolarizzare tutti i contratti, ripristinare il rispetto delle norme e assicurare ai dipendenti condizioni di lavoro sane e dignitose.
L’operazione rappresenta un nuovo passaggio dell’azione avviata dalla Procura della Repubblica di Teramo contro il caporalato e lo sfruttamento del lavoro. In fase di definizione c’è anche un protocollo interistituzionale destinato a rendere più tempestivi i controlli, prevenire gli incidenti e contrastare le distorsioni che alterano il mercato del lavoro.
Questa volta le serrande non sono state abbassate: a essere chiuso, almeno secondo l’obiettivo della misura giudiziaria, dovrà essere il sistema che avrebbe trasformato la necessità di lavorare in uno strumento di ricatto. Per i dipendenti si apre ora una nuova fase, nella quale il posto di lavoro dovrà tornare a significare salario, sicurezza e dignità.

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