Quando Teramo spegne le luci dei negozi e rallenta il passo, comincia un’altra città. Una città meno visibile, fatta di portici, panchine, sottopassi e angoli riparati che per qualcuno diventano una camera da letto senza pareti.
Nelle ultime due notti sarebbero almeno dodici le persone arrivate o comunque individuate mentre cercano un luogo nel quale dormire all’aperto.
La geografia del disagio attraversa ormai diversi punti della città. La Villa Comunale viene utilizzata fino all’orario di chiusura, poi ci si sposta verso il sottopasso di viale Crucioli, sotto i portici di via Pannella oppure in alcuni angoli più riparati della zona di via Delfico.
Persone distese a terra, bagagli improvvisati, coperte, cartoni, qualche busta con dentro tutto ciò che resta di una vita che, almeno per una notte, non ha una porta da chiudere.
Il primo tema riguarda inevitabilmente la sicurezza. Occorre sapere chi sono queste persone, verificare le loro condizioni, procedere quando necessario all’identificazione e comprendere se esistano situazioni che richiedano l'intervento delle forze dell'ordine.
Il problema, però, non può fermarsi a un documento controllato.
Esiste una questione sociale e soprattutto umana. Dormire per strada significa essere esposti al freddo, alla pioggia, alle aggressioni, alle malattie, alla solitudine. Significa anche vivere in condizioni igienico-sanitarie che possono diventare rapidamente critiche, tanto per chi si trova senza riparo quanto per gli spazi pubblici utilizzati durante la notte.
Qui entra in gioco quella parola antica che racchiude molto più della semplice compassione: pietas. Attenzione verso chi è fragile, rispetto della dignità della persona, capacità di una comunità di non girarsi dall'altra parte.
Teramo deve allora interrogarsi su chi abbia il compito di intervenire e con quali strumenti. Servizi sociali, strutture di accoglienza, unità di strada, Comune, Asl, volontariato e forze dell'ordine rappresentano pezzi differenti di una stessa risposta che non può essere soltanto emergenziale.
Serve capire anche se queste presenze siano occasionali oppure il segnale di un fenomeno destinato a crescere.
Il punto non è soltanto liberare un portico, controllare un sottopasso o spostare qualcuno da una panchina. Il punto è capire dove quelle persone andranno dopo.
Perché una città si misura anche da questo: da ciò che fa quando nessuno guarda, quando arriva la notte e chi non ha una casa resta davanti agli occhi di tutti.
La domanda, allora, non è più soltanto chi debba intervenire. La domanda è quanto tempo ancora possiamo accettare che qualcuno dorma per strada senza che nessuno si senta davvero chiamato in causa.
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