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“Pronto Soccorso di Teramo: quando l’umanità vale quanto le cure”

di Giancarlo Falconi
2 minuti

Un grazie al Pronto Soccorso di Teramo: “Non solo cure, ma umanità”.


Il racconto di una famiglia che ha trovato accoglienza, professionalità e rispetto nei momenti più difficili.
 

C’è un’immagine diffusa, spesso negativa, dei pronto soccorso italiani: luoghi di attese interminabili, disorganizzazione e frustrazione. Ma non sempre è così. A raccontare un’altra realtà è la testimonianza della famiglia Salvi, che ha voluto condividere pubblicamente un messaggio di gratitudine verso il personale del Pronto Soccorso e del reparto di Pneumologia dell’ospedale di Teramo.
“Chi lavora dietro quelle porte è sempre in movimento, non sta certo con le mani in mano”, si legge nel racconto. Un invito a comprendere meglio le dinamiche dell’emergenza, dove ogni paziente viene gestito in base alla gravità e dove le priorità possono cambiare in ogni momento.
La storia è quella di Antonio Salvi, scomparso il 13 aprile 2026 dopo una lunga battaglia contro diverse patologie, tra cui la Broncopneumopatia cronica ostruttiva, complicazioni cardiopolmonari e diabete. Nonostante le difficoltà, Antonio non ha mai perso la voglia di vivere. Negli ultimi mesi era stato ricoverato più volte e aveva fatto diversi accessi al pronto soccorso.
“Per lui quel luogo era casa, era sicurezza. Sapeva di non essere un numero”, raccontano i familiari.
Un ricordo particolare è dedicato alla dottoressa Pettinelli del pronto soccorso, che pochi giorni prima della sua scomparsa lo aveva salutato con semplicità e calore: “Ciao Antò, ci vediamo fuori…”. Un gesto che racchiude l’essenza del rapporto umano che può nascere anche in un contesto sanitario.
La famiglia sottolinea anche il lavoro del reparto di Pneumologia, ringraziando tutto il personale per la dedizione e la professionalità dimostrate nel tempo. Non solo cure, dunque, ma anche empatia e attenzione.
Il messaggio vuole essere anche una riflessione più ampia: troppo spesso chi si reca al pronto soccorso dimentica che esistono delle priorità cliniche e che l’attesa, per quanto difficile, è parte di un sistema che cerca di salvare vite.
“Dovremmo ritenerci fortunati”, scrivono, confrontando la loro esperienza con quella di altri contesti più difficili.
La storia di Antonio è anche una storia di resilienza: dato per spacciato due anni fa, era riuscito a guadagnare tempo prezioso grazie alla sua forza e al supporto dei medici. “Ha avuto una seconda vita”, raccontano con emozione.
Un gesto semplice, quello della famiglia Salvi, ma carico di significato: ricordare che dietro le corsie degli ospedali ci sono persone, non solo pazienti e operatori. E che, anche nei momenti più duri, l’umanità può fare la differenza.
 

a firma di Nadia, Fabio e Luca...

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