ROMA – Nessuna operazione memoria per omaggiare il film di Stanley Kramer. Sannicandro da novello Specer Tracy ci conduce in una abreazione intimista di proiezione e pietas. Alla fine dei giochi, gli ospiti a contatto con i "noi stessi", colpe, peccati e soliloqui, diventano gli invitati.
Una tavola preparata per accogliere qualcuno, ma senza nessuno seduto intorno. È da questa apparente contraddizione, ossimoro intelato che prende forza “La sera della Cena”, il progetto di Fabrizio Sannicandro presentato a Roma nella Sala del Cenacolo del Complesso di Vicolo Valdina.
Il vernissage del 22 settembre ha richiamato un pubblico numerosissimo, trasformando quella tavola vuota immaginata dall’artista in un luogo reale di incontro. Una circostanza che, quasi per paradosso, ha finito per completare il significato dell’opera: l’assenza rappresentata nello spazio espositivo ha generato una presenza concreta, fatta di persone arrivate per osservare, discutere, riconoscersi e condividere.
Sannicandro parte da uno dei temi più profondamente sedimentati nella cultura occidentale, quello dell’Ultima Cena, ma sceglie di affrontarlo attraverso la sottrazione e il doveroso silenzio.
Un minimalismo barocco. Non mette al centro i protagonisti, non ricostruisce una scena, non cerca una citazione didascalica. Lascia piuttosto che siano gli oggetti, la tavola, i piatti e le superfici dipinte a suggerire ciò che è appena accaduto o ciò che forse deve ancora accadere.
Proprio qui si concentra uno dei linguaggi più interessanti dell’installazione. Il vuoto non coincide con l’assenza di significato. Al contrario, diventa uno spazio aperto che lo spettatore è chiamato a riempire con la propria esperienza.
La cena, in questo modo, smette di essere soltanto un episodio religioso per diventare una metafora della relazione umana. Sedersi alla stessa tavola significa riconoscere una presenza, accettare una vicinanza, entrare in rapporto con qualcuno. Eliminando i commensali, Sannicandro rende ancora più evidente il valore di quel gesto.
Un secondo livello del lavoro nasce dal rapporto con la Visitazione di Pontormo. Per diversi teramani presenti a Roma il viaggio era cominciato alcune ore prima all’Aquila, con la visita al MuNDA e l’incontro diretto con l’opera che aveva alimentato parte della riflessione dell’artista.
Il passaggio dall’Aquila a Roma ha assunto così un significato particolare: prima il confronto con una grande opera del passato, poi l’ingresso in una reinterpretazione contemporanea che non cerca di riprodurne il linguaggio, ma di raccoglierne una tensione.
Nel dipinto di Pontormo il centro è l’incontro. Le figure si cercano, si avvicinano, costruiscono una relazione attraverso il corpo e lo sguardo. Nell’installazione di Sannicandro quella stessa idea sembra trasferirsi nello spazio della tavola. L’abbraccio e il convivio diventano due modi diversi di raccontare la stessa necessità: uscire dalla propria solitudine per entrare nella presenza dell’altro.
Il progetto, curato da Umberto Palestini, nasce da un’idea di Maria Cristina Marroni ed è arrivato alla sua realizzazione nella sede della Camera anche grazie al sostegno del professor Alberto Bagnai e al contributo di quanti hanno seguito il percorso organizzativo. Un ruolo importante è stato svolto anche dal mecenate Franco Iachini. In pochi conoscono la sua capacità di sentire la bellezza.
Centinaia di persone hanno attraversato uno spazio costruito artisticamente attorno al concetto di assenza. Una cena senza protagonisti ha finito così per generare una comunità temporanea attorno a sé.
“La sera della Cena” tocca forse proprio qui il suo punto più alto.
Per secoli l’Ultima Cena è stata raccontata dalla storia dell’arte attraverso i volti, i gesti, le reazioni degli apostoli. Da Giotto a Ghirlandaio, da Leonardo fino alle infinite riletture moderne, il dramma è sempre stato affidato alla presenza umana. Sannicandro sceglie invece la strada opposta: toglie i corpi e lascia parlare ciò che resta.
La tavola diventa allora una reliquia laica della relazione.
Non servono figure per evocare chi manca. Bastano un posto vuoto, una superficie apparecchiata, un oggetto lasciato lì come se qualcuno dovesse tornare. È un linguaggio antico quanto l’arte stessa: raccontare l’uomo attraverso la sua traccia.
Pollicino.
Qui entra anche la lezione di Pontormo. Nella Visitazione, il colore e il movimento conducono tutto verso l’incontro tra due figure. Nel lavoro di Sannicandro quell’incontro non viene mostrato, viene atteso. La distanza tra le persone diventa il vero soggetto dell’opera.
Per questo il vernissage romano ha avuto qualcosa di sorprendentemente coerente con il progetto. Attorno a quella tavola senza commensali si sono raccolte centinaia di persone. L’installazione ha smesso per qualche ora di essere soltanto una riflessione sull’assenza ed è diventata presenza reale.
La storia dell’arte, in fondo, torna continuamente su questo punto: l’uomo cerca l’altro uomo.
Lo fa attraverso l’abbraccio, attraverso il volto, attraverso una mano tesa, attraverso una tavola condivisa.
Sannicandro sceglie di raccontarlo con uua piena trasparenza.
Forse perché oggi quel vuoto lo conosciamo tutti.
Forse perché una sedia lasciata libera, una cena che aspetta qualcuno, un posto ancora disponibile attorno a una tavola possono dire più di molti discorsi.
Nella Sala del Cenacolo, almeno per una sera, quei posti vuoti hanno trovato risposta.
Non nei personaggi dipinti ma nelle persone che attendevano il momento in cui essere consacrati e abbracciati.
Riconosciuti e riconoscenti.
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