Salta al contenuto principale

Guido Saraceni saluta Teramo dopo 24 anni: «Semel Teramensis, semper Teramensis»

di Giancarlo Falconi
3 minuti

Ventiquattro anni possono trasformare una città nella propria casa. È quello che è accaduto al professor Guido Saraceni, che dopo quasi un quarto di secolo trascorso all’Università degli Studi di Teramo ha preso servizio a Roma, dove inizierà una nuova avventura accademica da professore ordinario.

Il suo saluto alla città è affidato a una lunga lettera, datata 4 ottobre 2026, che attraversa una parte importante della sua vita personale e professionale.

Saraceni ricorda il suo arrivo a Teramo nel 2002 con una fotografia precisa dell’Italia di allora: la benzina costava 92 centesimi al litro, Silvio Berlusconi era presidente del Consiglio e i Matia Bazar avevano appena vinto Sanremo con “Messaggio d’amore”.

Viveva a Roma, si manteneva insegnando chitarra moderna e suonando nei locali con un quartetto jazz. Pochi soldi, molti sogni. Il primo stipendio da ricercatore all’Università di Teramo, mille euro, venne festeggiato, racconta, «come se avessi vinto alla lotteria».

Da quel momento è iniziata una storia durata 24 anni.

Teramo gli ha permesso di crescere professionalmente e umanamente. Nell’Ateneo teramano ha imparato il mestiere di docente universitario, mentre nella città ha sviluppato anche il suo percorso da psicologo. Qui ha scritto i suoi libri e vissuto una parte importante della propria esistenza, senza rinunciare all’ironia che attraversa tutta la lettera: «Qui ho creduto di aver trovato l’amore invece era un calesse».

Saraceni racconta anche una vita lontana dalle appartenenze e dai luoghi tradizionali del potere. Nessun partito, nessun gruppo, nessun club. Poche feste e pochi salotti. Molte giornate trascorse in dipartimento e tante serate dedicate allo studio, alla scrittura e alla musica.

Una distanza che, però, non gli ha impedito di conoscere la Teramo quotidiana e autentica.

Il tabaccaio del quartiere, il vicino pensionato con cui parlare della Roma e di “Mariolino”, cioè José Mourinho, il contadino che gli regalava le uova e persino chi gli prestava i gatti. Piccoli incontri che, dopo tanti anni, finiscono per raccontare una città forse meglio di qualsiasi cerimonia ufficiale.

Il trasferimento nella Capitale arriva dopo quasi 24 anni di viaggi lungo l’A24. Una scelta legata all’ultimo passaggio della carriera universitaria, ma anche alla possibilità di tornare vicino alla propria famiglia e alla città natale.

La partenza porta però con sé una forte nostalgia.

Saraceni definisce Teramo una «piccola grande città a metà strada tra il mare e il Gran Sasso», abitata da persone «vere, serie e gentili, come solo gli abruzzesi sanno essere».

Parole particolarmente sentite vengono dedicate all’Università degli Studi di Teramo, che il professore ringrazia per averlo accolto, fatto crescere e, sottolinea, anche difeso negli anni. Nel suo messaggio fa riferimento alle pressioni che, secondo il suo racconto, sarebbero state esercitate in passato da «personaggi e personaggetti di ogni risma» sulle più alte cariche accademiche affinché la sua pagina venisse chiusa.

Non è accaduto.

Ora quella pagina non si chiude davvero, ma cambia indirizzo.

Guido Saraceni torna a Roma da professore ordinario, portandosi dietro quasi un quarto di secolo di vita teramana, gli studenti incontrati nelle aule, i colleghi, gli amici, i libri scritti, la musica, le chiacchiere di quartiere e migliaia di chilometri percorsi sull’autostrada tra Roma e l’Abruzzo.

Il saluto finale è forse quello che sintetizza meglio tutto il resto: non una semplice formula, ma una dichiarazione di appartenenza maturata in ventiquattro anni.

«Grazie di tutto, amici carissimi, colleghi e studenti».

Poi la firma ideale di questa lunga storia teramana:

«Semel Teramensis, Semper Teramensis».

Una volta teramano, teramano per sempre.

Commenta

CAPTCHA