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Oltre mille commenti dopo la morte di Massimo Ciarelli: tra insulti, odio e minacce, il volto peggiore dei social

di Giancarlo Falconi
2 minuti

La morte di Massimo Ciarelli, il 43enne di Pescara deceduto nell'incidente avvenuto tra Silvi e Montesilvano dopo un mancato arresto all'alt dei carabinieri, ha scatenato una violenta ondata di reazioni sui social network. Sotto l'articolo pubblicato dalla nostra redazione, che riportava esclusivamente gli sviluppi dell'inchiesta coordinata dalla Procura di Teramo, si è aperto un dibattito degenerato rapidamente in una vera e propria spirale di odio.

La notizia riportava gli elementi investigativi disponibili: la famiglia di Ciarelli contesta la ricostruzione secondo cui fosse lui alla guida dello scooter, ha nominato un consulente tecnico di parte e chiede di chiarire la dinamica dell'incidente. Restano ancora da accertare la presenza di una seconda persona sul mezzo, le ragioni della fuga all'alt dei carabinieri e l'esatta sequenza dell'impatto. Nelle prossime ore sarà conferito l'incarico per l'autopsia, mentre le indagini proseguono affidate alla Polizia Stradale e coordinate dalla Procura.

Sotto quel contenuto, tuttavia, il confronto si è trasformato in una guerra verbale senza esclusione di colpi. A rompere per prima il silenzio è stata una persona che si è firmata con il suo profilo pubblico con un cognome che ricordava un'altra storica famiglia di origine rom, pubblicando un commento intriso di rabbia e dolore, con pesanti auguri di morte rivolti a chi stava criticando il familiare scomparso.

Da quel momento la discussione è esplosa, superando il migliaio di commenti. Accanto a messaggi di cordoglio e richiami al rispetto per una persona deceduta e per i suoi familiari, sono comparsi numerosi interventi dai contenuti estremamente offensivi. Alcuni utenti hanno insultato il defunto, altri hanno scritto che "uno in meno" fosse "una bella notizia", c'è chi ha invocato il "karma" come forma di giustizia, chi ha augurato sofferenze ai familiari e chi ha sostenuto che la morte rappresentasse una conseguenza meritata per il passato giudiziario della vittima.

Una polarizzazione che testimonia come, sempre più spesso, i social network diventino il luogo in cui il confronto lascia spazio all'insulto, all'odio e alla disumanizzazione. Un fenomeno che, al di là delle responsabilità individuali e dell'accertamento dei fatti da parte della magistratura, pone interrogativi sul limite tra libertà di espressione e rispetto della dignità umana, soprattutto quando una vicenda è ancora oggetto di indagine e coinvolge una famiglia che sta affrontando un lutto.

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