La prima a nascere fu Vendetta.
I suoi genitori ne furono fieri.
La primogenita prometteva bene e crebbe in fretta. Appena adolescente, si mostrò capace di pareggiare i conti e di saper ben maneggiare la bilancia del dare e dell’avere e soprattutto quella dei torti subiti e inflitti. Il suo motto era “dente per dente” e non perdeva occasione per attuarlo.
Ancora giovane, diventò regina e governò il suo regno con pugno di ferro in guanto di velluto.
Il suo dominio si estese gradualmente fino a tutta la terra e non ci fu tribù o gruppo umano che non rispettasse le sue leggi. Nessuna parsimonia veniva usata da chi, applicandole, con atti di volizione imperiosa, individuale o collettiva, infliggeva danni e punizioni a quanti le infrangevano o si vendicavano di torti subiti. Eccedere nella punizione vendicativa era ritenuto necessario, sia come minaccia preventiva sia come ritorsione ammonitiva.
La regina Vendetta trasmetteva a tutti i suoi sudditi un senso di appagamento pieno e confacente ai bisogni e alle necessità dettate dal rancore e dal risentimento.
Regalava ad ampie mani gratificazioni affidate alle capacità di ciascuno di ripagare con la stessa moneta chiunque avesse arrecato disturbo, fastidio, dolore in qualsiasi forma arrecato, senza alcuna preoccupazione di dover commisurare il dato e l’avuto.
I ministri del governo di Vendetta, dispotico e sanguinario, erano tutti impegnati a dispensare dolcezza e a lenire le ferite con il balsamo della rivalsa.
Le dispensiere di corte imbandivano le tavole con prelibate pietanze, tutte da consumare, tassativamente, fredde, perché più gustose. “E’ il nettare degli dei”, dicevano passando tra i tavoli, agli affamati commensali, affrettandosi a riempire i piatti non appena essi venivano a mano a mano vuotati da chi divorava il contenuto a quattro palmenti e leccandosi anche i baffi. In molte parti del regno di Vendetta venivano allevate delle speciali galline, capaci di fare diecine e diecine di uova al giorno.
Tutti le raccoglievano con meticolosa circospezione, per portarsele a casa e poterle così covare personalmente, aspettando con trepidazione il momento in cui si sarebbero finalmente schiuse rivelando il loro contenuto, a cui la regina Vendetta in persona dava poi il dovuto riconoscimento.
La seconda a nascere, dagli stessi genitori, fu Giustizia.
Appena nacque, Vendetta temette che la sorella avrebbe potuto insidiare lei e il suo regno. Fu per questo che non si sentì più tanto tranquilla sul suo trono, che prese di fatto a traballare. Il tentativo di farla morire ancora nella culla fallì. Così, diventata a sua volta grande, Giustizia prese a reclamare il suo posto a corte e poi perfino ad aspirare di diventare lei regina, detronizzando la sorella Vendetta. Non pochi si schierarono dalla sua parte. Nel corso degli anni il partito che sosteneva le sua pretesa di governo diventò più numeroso e forte, tanto che, quando la pretendente raggiunse la maggiore età, esso era diventato così potente che Vendetta non riuscì a fare più nulla per opporsi e dovette cedere.
Rinchiusa in una torre, restò prigioniera e impotente, mentre la giovane sorella veniva incoronata in pompa magna.
Nel corso degli anni Giustizia governò il regno con saggezza e prudenza, distribuendo premi e punizioni a seconda del merito di ciascuno e tenendo tutto in equilibrio.
Chi subiva un torto non doveva rivalersi su chi glielo aveva inferto, perché poteva rivolgersi alla regina per avere soddisfazione e vedersi risarcito.
La regina Giustizia aveva imposto una legge uguale per tutti, che si chiamava Diritto. Chiunque la violava subiva una punizione, che si chiamava Pena, con la quale l’espiazione ripristinava il Diritto violato. Tutto era commisurato, soprattutto la Pena, alla gravità della violazione del Diritto, che si chiamava Reato.
Nessuno poteva sperare di sfuggire alla terribile necessità della punizione, sì che in tutto il regno si viveva in tranquillità e in sicurezza.
La proprietà privata era sacra e inviolabile, la vita umana lo stesso e la sicurezza sociale garantita dai guardiani della regina, ai quali nulla sfuggiva, perché essi controllavano il territorio, anche nei più lontani confini del regno.
La regina Giustizia era così amata e riverita da tutti i sudditi che essa veniva considerata come una vera e propria divinità. In questa veste veniva considerata coma la massima Virtù. In molti guai incorrevano tutti coloro che si ribellavano all’autorità della regina e venivano chiamati “ingiusti”. Venivano ingiuriati, additati al pubblico ludibrio e infine cacciati nelle più oscure latebre, dove languivano per anni, fino al completo risarcimento materiale, morale e giuridico del male che avevano fatto e dell’offesa arrecata all’autorità sovrana.
Le violazioni più gravi della legge venivano punite assai severamente e chi si rendeva responsabile della più grave di tutti, l’omicidio, non potendo risarcire compiutamente né la vittima né il Diritto, veniva costretto a pagare il fio della propria colpa con la massima pena, cioè con il sacrificio della propria vita.
Con il tempo si sparse in tutto il regno una certa avversione contro la regina Giustizia, ritenuta troppo severa e addirittura crudele. Molti ritenevano che dover pagare con la propria morte quella arrecata ad altri fosse pena troppo grave. Quando essa fu commutata nel “fine pena mai”, cioè nell’ergastolo, i molti presero a dire che anche quella era punizione troppo severa e inaccettabile.
Poi, un bel giorno, alla regina Giustizia e alla ex regina Vendetta (quest’ultima continuava a languire in una oscura prigione del regno), nacque un fratello, anzi un fratellastro, a cui fu imposto il nome di Perdono. Era ancora fanciullo quando cominciarono ad organizzarsi non pochi suoi sostenitori, i quali progettavano di sostituirlo sul trono all’odiata Giustizia. La loro forza crebbe al punto che la regina temette di essere detronizzata così come lei aveva detronizzato la sorella maggiore.
Si gridava da tutte le parti e in tutte le latitudini, anche nelle più sperdute regioni del regno, che chi sbagliava e infrangeva la legge non doveva essere punito, ma perdonato, che andavano capite, comprese e perfino giustificate le ragioni di chi imponeva torti ad altri e attentava alla pace sociale. Frotte di sacerdoti si precipitavano da coloro che avevano subito anche i torti più gravi, per convincerli a perdonare coloro che glieli avevano inferti. Sempre più numerosi erano quanti si auguravano che qualche torto venisse loro fatto per poter così perdonare chi glielo aveva fatto e sentirsi felici per aver perdonato.
Era ancora assai giovane Perdono, quando i congiurati che lo sostenevano riuscirono a intronarlo e incoronarlo re. La regina Giustizia fu arrestata e rinchiusa in una prigione che si trovava poco distante da quella nella quale da tanto tempo si trovava rinchiusa Vendetta.
L’avvento sul trono del re Perdono cambiò il destino del regno. Da allora in poi tutto veniva perdonato, tutto era permesso, tutto era lecito e l’antica legge, il Diritto, veniva continuamente violata da chi, dopo averla violata, veniva perdonato e poi tornava tranquillamente a violarla, sicuro di essere perdonato ancora una volta.
Ma i torti erano tanti e chiunque li subiva, non vedendosi risarcito, vedendo infranta la pace sociale e messa in pericolo la sicurezza pubblica, cominciò a pensare di rinunciare al perdono, ribellarsi al nuovo re e, trovandosi incarcerata Giustizia, di farsi giustizia da sé. Pur considerati esecrabili ed ignobili, e a loro volta minacciati di non essere perdonati e di dover pagare se lo avessero fatto davvero, quanti maturavano questo proposito, congiurando nell’ombra, diventarono sempre più numerosi. Si riunivano segretamente e progettavano una grande rivoluzione. Tanto più che re Perdono passava la maggior parte del giorno e della notte divertendosi con due sorelle una più licenziosa dell’altra.
La prima si chiamava Tolleranza ed era nota per il suo comportamento un po’ troppo disinvolto.
Il re si era subito invaghito della sua bellezza.
La seconda si chiamava Indulgenza, aveva quasi un secolo di più e si diceva che avesse trascorso molti anni in un bordello di Roma, dove si prostituiva senza ritegno e dove vendeva le sue grazie. Si diceva che re Perdono, dopo averla conosciuta come suo cliente, se ne fosse invaghito al punto da preferirla a sua sorella Tolleranza e da volerla sposare. Il matrimonio fu celebrato con una grande cerimonia e Indulgenza, pur diventata regina, non per questo cessò la sua vita scandalosa. Il regno fu percorso in lungo e in largo da sediziosi di ogni risma, riuniti in bande le più pericolose delle quali si facevano chiamare luterani e calvinisti, contrari sia al re che alla regina e convinti che ciascuno andasse severamente giudicato, premiato per i meriti e punito per i demeriti.
Intanto i congiurati nelle loro segrete adunanze confabulavano, facendo piani per attentare alla vita del re Perdono e della regina Indulgenza e per riportare sul trono l’ex regina Giustizia, dopo averla liberata dalla sua tetra prigione. Però non erano pochi nemmeno quelli che si proponevano apertamente di riportare sul trono, una volta ucciso re Perdono, non la ex regina Giustizia, ma la ex-ex regina Vendetta… E anche loro tramavano nell’ombra…
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