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Omicidio Caldarelli, in aula il racconto dell’uomo sfuggito alla coppia: «Mi dicevano che dovevo morire»

di Giancarlo Falconi
5 minuti

Una nuova udienza davanti alla Corte d’Assise del Tribunale di Teramo, presieduta dal giudice Francesco Ferretti, ricostruisce i tragici momenti legati all’omicidio di Martino Caldarelli, il 48enne dj di Isola del Gran Sasso che nell'aprile 2025 venne adescato sui social, accoltellato, colpito con una pala e buttato in un laghetto in Val Vibrata. Imputati nel processo gli ex conviventi Andrea Cardelli, 41enne di Corropoli, difeso dall'avvocato Marco Cerioni, e Alessia Di Pancrazio, 26enne di Giulianova, difesa dagli avvocati Tiziano Rossoli e Nazario Giuliani, in carcere dall’anno scorso con le pesanti accuse di omicidio aggravato dalla premeditazione, occultamento di cadavere e rapina.

Si prosegue con i testi della Procura. La pubblica accusa, rappresentata dalla pm Elisabetta Labanti, in aula con il procuratore Ettore Picardi, ha sviscerato il racconto dell'uomo che, come ha testimoniato, sarebbe riuscito pochi giorni prima a fuggire dalla coppia, che lo aveva sequestrato e poi minacciato di morte. «Conosco Andrea da 20 anni ma fino a quella sera non avevo mai avuto paura di lui. Anzi ci frequentavamo, una volta alla settimana andavamo a prendere il caffè insieme. Quella sera di aprile mi ha chiamato chiedendomi di raggiungerlo a casa perché la sua compagna, Alessia, stava male. Ma appena arrivato, mi ha puntato un coltello alla gola mentre lei ha iniziato a picchiarmi con un bastone».

Secondo il racconto del testimone, la coppia lo avrebbe accusato di aver avuto un comportamento ambiguo con la donna, con l'intenzione forse di avere una relazione con lei. Da quel momento, sarebbe iniziata la nottata del delirio: «Mi hanno costretto a salire in auto e a girare con loro per Giulianova, dove hanno commesso vari furti su alcune auto parcheggiate. Poi Andrea, che guidava, si è fermato in una strada di campagna e Alessia ha detto "dammi una prova d'amore". A quel punto sono sceso dall'auto e Andrea mi ha dato un pugno. Mi dicevano che dovevo morire quella sera, parlavano di dove avrebbero potuto uccidermi. O dicevano che se tornavo a casa dovevo uccidere mia mamma e mio nipote perché sapevano dove ero andato». Il momento fortunata per salvarsi la vita, sempre secondo il racconto del testimone, sarebbe stato un attimo di distrazione della coppia, creatosi quando hanno fatto ritorno a casa. «Lei si è sentita poco bene, lui stava con lei e io ho preso le chiavi dell'auto e sono fuggito di corsa». L'uomo si è poi recato in ospedale dove i meidici hanno attestato 20 giorni di prognosi. 

A seguire in aula, la testimonianza del brigadiere capo Massimo Rubini, militare in servizio presso il Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Teramo, che ha ricostruito le numerose ore dedicate alla ricerca di Martino, al rinvenimento del corpo e alle analisi che ne sono seguite, anche nell'abitazione di Cardelli. A essere rinvenuti anche alcuni oggetti ai quali era stato dato fuoco in un terreno vicino all'abitazione di Cardelli, come una pala, e altri riconducibili prorio agli arredi della casa, tra cui un tappeto scendiletto e una tenda. Ritrovato anche un coltello nel fango. 

Se sono queste le armi del delitto, l'avvocato di Alessia Di Pancrazio, Nazario Giuliani, risponde che «non possiamo dirlo, non siamo riusciti a comprenderlo nel dettaglio anche perché impronte e tracce biologiche degli imputati non sono state trovate. Quindi abbiamo bisogno del quadro probatorio completo». Il legale conferma che Alessia Di Pangrazio parlerà, da capire se con dichiarazioni spontanee o attraverso l'esame.

«Quella di oggi è un'udienza che non scalfisce la precedente udienza, rimangono tutte le perplessità atte a ricostruire la dinamica dei fatti che è fondamentale, anche per capire l'animus degli imputati. - ha dichiarato il legale di Andrea Cardelli, Marco Cerioni - Contestiamo in generale una inconcludenza degli elementi probatori che secondo noi continua a emergere. Sarà fondamentale la presenza di Cardelli in udienza per le sue dichiarazioni e il suo esame». 

Presenti in aula anche i familiari della vittima, che si sono costituiti parte civile e sono rappresentati dagli avvocati Maria Valentina Mucci e Maurizio Cacaci, per quello che è un processo destinato a scalfire le cronache della provincia di Teramo. 

Come ricostruito dall'autopsia, Martino Caldarelli è stato ucciso con quattro coltellate con quella letale che ha reciso la vena giugulare provocando una violenta emorragia, poi colpito in testa con una pala e infine buttato nel lago dopo essere stato legato a un tronco. Nel corso dell’interrogatorio di garanzia Cardelli si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre la donna ha confermato la confessione fatta nell’immediatezza del fermo di entrambi, con lei che ha fatto ritrovare il corpo, e si è difesa accusando il compagno e dicendo di essere terrorizzata da lui. 

Nikasia Sistilli

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