Chi mi conosce sa da quanto tempo io studi il Vajont, quanto ne sia innamorato, quanto abbia visitato quei luoghi a me così cari, quante volte sia entrato in quei cunicoli e in quell’impianto che, allora come oggi, riesce ad accostare l’orgoglio dell’ingegneria civile italiana alle lacrime per l’immensa tragedia che pure determinò.
Un successivo intervento del Dott. Leo Adamoli, geologo assai noto e coordinatore nazionale della sezione di geologia ambientale della Società Geologica Italiana, ha tutta via richiamato l’attenzione sull’opportunità di effettuare una «attenta valutazione delle eventuali variazioni che lo svuotamento più o meno rapido del bacino artificiale potrebbe apportare allo stato tensionale della faglia».
Il dilemma che quindi ne vien fuori è appunto questo: svuotare o non svuotare? Abbassare il livello dell’invaso o non farlo? E, guada caso, è un po’ il dilemma che gravò sull’Ing. Alberico Biadene, che dopo la morte del Prof. Carlo Semenza, divenne il responsabile della Diga del Vajont (nel momento immediatamente precedente il passaggio dell’impianto dalla SADE all’ENEL), in quella lunga e difficile notte del 9 ottobre 1963.
Il bacino del Vajont si trovava, fino a quel momento, alla straordinaria quota di 710 metri sul livello del mare. Alla luce dei rischi, ormai concreti, di frana del Monte Toc, l’Ing. Biadene decise di abbassare il livello del lago alla quota ritenuta di sicurezza, ossia 690 metri. Per togliere quanta più acqua possibile, diede quindi ordine di svasare, aumentando l’adduzione alla sottostante Centrale del Colomber e aprendo i primi scarichi della Diga (quello di alleggerimento e quello di mezzo fondo). Man mano che il livello dell’acqua si abbassava, tuttavia, il rischio paradossalmente aumentava: ripresero i movimenti franosi del Toc e la marcia della montagna divenne ormai inarrestabile.
Eventi che fanno parte della storia, questi del Vajont, ma che per un singolare gioco del destino sembrano somigliare al caso di Campotosto, in relazione alla difficile decisione, a carico dell’ENEL, di svasare. Meglio o peggio… non so. Ma sicuramente non facile scegliere. Così come non fu facile, in quella notte dell’ottobre 1963, per l’Ing. Biadene.
Questo è l’unico paragone possibile fra Campotosto e il Vajont. Sugli eventi e sulle decisioni… ma non certo sui rischi e sulle strutture. Niente allarmismi, dunque. Solo qualche somiglianza storica e assolutamente nulla di più.
Fabrizio Primoli
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