Vi riportiamo un articolo molto interessante che abbiamo letto sul sito de La Repubblica.
A firma di Giuliano Foschini.
Il giornalista traccia una serie di intese tra linee di credito, imprenditori e boss.
Solo come mera informazione di servizio.
" Il sistema funzionava più o meno così: la banca apriva una linea di credito e, in contemporanea, chiedeva al cliente di acquistare un pacchetto di azioni con una parte del finanziamento. Tradotto: l’istituto di credito autofinanziava le proprie azioni. “Esistono per questo — scrive la Procura di Bari — fondati motivi che inducano a ritenere che siano state poste in essere condotte lesive dell’integrità patrimoniale della banca”. È questo un pezzo centrale dell’inchiesta condotta dalla procura sulla Banca popolare di Bari: “Il rilascio di linee di credito, in via diretta o indiretta, con l’acquisto di azioni”, per usare le parole dei pm Federico Perrone Capano e Lidia Giorgio con le quali hanno ordinato alla guardia di finanza di sequestrare giovedì carte e documenti all’interno della sede di corso Cavour.
Un filone questo che, passando dalle modalità di accesso al credito e di acquisto di azioni, punta in realtà a verificare l’effettiva solidità della banca e, dunque, la bontà dei bilanci fin qui presentati. La legge prevede, infatti, che le “azioni autofinanziate” non vadano calcolate nei cosiddetti mezzi propri, cioè la raccolta effettiva della banca, che ne indica il grado di stabilità: più solida è la banca più soldi veri ha in cassa. E infatti “un’analisi metodologicamente rigorosa — si legge nel decreto di perquisizione — non può prescindere dalla considerazione, ai fini della quantificazione dei cosiddetti mezzi propri, non solo delle azioni proprie direttamente detenute dall’istituto di credito, ma anche dei finanziamenti comunque destinati, direttamente e/o indirettamente all’acquisto di azioni proprie. Da ciò discende — è ancora scritto — l’importanza del ruolo rivestito dai maggiori azionisti dell’istituto, soprattutto laddove questi ultimi siano, altresì, precettori di finanziamenti da parte della banca: il finanziamento ai maggiori azionisti, ove sia finalizzato, direttamente o indirettamente, all’acquisto di azioni proprie costituisce, di fatto, un’elusione del limite posto alla detenzione di azioni proprie ai fini della valutazione del cosiddetto “patrimonio di vigilanza” dell’istituto”.
La domanda è dunque: quante azioni sono state comprate con soldi veri? E quante autofinanziate dalla Popolare di Bari? Cosa indicano i bilanci? Cosa è stato detto a Bankitalia e Consob? Una risposta potrà arrivare dal sequestro dei server effettuato nella sede centrale di corso Cavour. Oltre che dai telefoni e tablet sequestrati ai manager della banca. La procura, però, già oggi è convinta che “può essere stato fatto danno alla solidità patrimoniale della banca”.
Un primo punto deriva dal “trattamento di favore riconosciuto nei confronti di un importante azionista”, il gruppo Debar, che secondo l’accusa (è bene però ricordare che né imprenditori né nessuno della banca è indagato, in un’inchiesta che al momento è contro ignoti) sono riusciti a vendere più di 4 milioni di azioni a marzo, prima della svalutazione del titolo del 20 per cento, scavalcando in lista d’attesa altri piccoli risparmiatori.
«Ma non abbiamo registrato alcun guadagno — hanno spiegato dalla Debar — Dalla svalutazione dei titoli abbiamo avuto una perdita secca di circa 440mila euro». Debar è soltanto però una delle imprese che potrebbe aver avuto comportamenti di favore da parte della banca: “È indispensabile — scrive la procura — un approfondimento in merito all’esistenza di comportamenti analoghi nei confronti di altri azionisti di rilievo”. Non solo: i pm vogliono verificare se ci siano state “agevolazioni o facilitazioni, anche nella forma del prestito, a favore di soggetti già azionisti della banca, al fine di dissuaderli dalla liquidazione delle quote azionarie in loro possesso”.
Quello della “vendita privilegiata” è comunque soltanto un pezzo della questione. È per esempio “necessario — secondo l’accusa — fare approfondimenti” sulle modalità con le quali la banca concedeva prestiti. Per la “verifica circa la sussistenza di idonee garanzie a copertura dei finanziamenti, in qualsiasi forma gli stessi vengano concessi”.
La questione è delicata. Della vicenda Banca popolare di Bari si occupano due magistrati, Lidia Giorgio e Federico Perrone Capano, che abitualmente seguono i fatti di criminalità organizzata. E sulle concessioni di prestiti esistono due episodi, peraltro raccontati da Repubblica, che incrociano proprio la Bpb e alcuni personaggi poco chiari. Entrambi i casi erano stati denunciati
dalla presidente della sezione misure di prevenzione, Francesca La malfa: il primo riguarda un prestito concesso a un signore, oggetto di un’inchiesta, in qualche maniera legato con i boss della Murgia, al quale pochi giorni dopo un sequestro fu concesso un prestito come amministratore di un’altra società. Stesso discorso per altri due boss, ai quali era stato affidato uno scoperto sul conto corrente di circa 600mila euro pur non essendoci alcuna reale garanzia".
Per i media abruzzesi non sta succedendo nulla.
Va tutto bene.
Commenta
Commenti