Leggiamo insieme.
CONFESSIONE ANONIMA — A chi ha ancora la coscienza per ascoltare
“Per favore, non fate il mio nome. Ho ancora una famiglia da mantenere.”
Buongiorno Giancarlo .
Non avrei mai pensato di scrivere una cosa del genere. Non sono il tipo. Sono uno che stringe i denti, che torna a casa alle otto di mattina dopo una notte di turno, mangia qualcosa in piedi sopra il lavandino per non svegliare i figli, e va a dormire senza dire niente. Da anni.
Ma stamattina non riesco più a stare zitto.
Sono diventato volontario per una ragione semplice, quasi ingenua a dirla adesso: non volevo che qualcuno si trovasse solo nei momenti peggiori della sua vita. Questo era il pensiero. Tutto qui. Nient’altro. Nessuna ambizione, nessun tornaconto. Solo quella cosa lì, quella che ti rimane in petto quando hai visto una persona soffrire e senti che avresti potuto fare qualcosa.
E poi, ad un certo punto, ho fatto il passo. Da volontario a dipendente. Ho pensato: finalmente, una stabilità. Finalmente riesco a farlo davvero, a farlo per bene, e a portare qualcosa a casa.
Quello che non sapevo è che stavo firmando per entrare in un incubo.
I contratti.
Part-time. Sempre part-time. Chi a 24 ore settimanali, chi a 30, chi a 34. Ti fanno firmare quello, e tu firmi, perché hai bisogno, perché non hai alternative, perché ti convincono — o forse ti convinci da solo — che le cose migliorano, che è solo l’inizio.
Poi lavori 60 ore. Poi 66. Poi 72. Ci sono settimane in cui arrivi a 90.
Novanta ore settimanali.
E qui devo spiegare una cosa, perché chi non lo vive non riesce neanche a immaginarlo. I turni non sono come li intende la gente normale. Sono così: 8–14, 14–20, 20–08. Notte, mattina, pomeriggio, notte. Finisci un turno di notte alle otto, e il turno successivo inizia alle quattordici. Sei ore. Sei ore per tornare a casa, dormire, mangiare, esistere, essere padre o marito o figlio, e poi risalire sull’ambulanza. E poi di nuovo: pomeriggio, notte, diciotto ore consecutive, perché manca qualcuno, perché non ci sono abbastanza persone, perché le associazioni non assumono a tempo pieno ma pretendono disponibilità totale.
Il corpo lo sai quando cede. Non te lo annuncia. Crolla e basta.
I soldi.
Alla fine del mese: circa mille euro. Qualcosa in più, qualcosa in meno, ma sempre lì. Mille euro per quello che ti ho appena descritto. Mille euro per una famiglia, un affitto, un mutuo, le bollette, i figli che crescono e hanno bisogno.
Non esistono straordinari pagati come tali. Non esistono maggiorazioni per i turni di notte. Non esistono indennità festive. Niente. Lavori di notte come se fosse giorno. Lavori di domenica come se fosse lunedì. La busta paga non lo sa, non lo vede, non lo riconosce.
E le associazioni? Le associazioni stanno bene. Benissimo. Basta aprire i bilanci — sono pubblici, chiunque può farlo — e guardare i conti correnti, i patrimoni, le entrate. Stanno bene. Crescono. Si espandono. Comprano mezzi nuovi, aprono sedi, stringono convenzioni.
E chi dovrebbe controllare che quelle risorse arrivino anche a chi ci lavora dentro, a chi ci rimette la schiena e il sonno e gli anni? Dov’è? Non lo so. Non l’ho mai visto.
E non si salva nessuno, intendiamoci. Non sto parlando di una singola realtà marcia in mezzo a tante sane. Sto parlando di un sistema. Dalle associazioni grandi, quelle coi loghi sui giornali e i comunicati stampa, fino alle più piccole. Il meccanismo è lo stesso. Cambia la dimensione, non la sostanza.
Il miraggio.
Ci tengono in piedi con una cosa sola: il concorso ASL. Aspetta, prima o poi esce il concorso, entri in pianta stabile, sistema tutto. Questa è la frase. Questa è la carota.
Quello che non dicono subito — o lo dicono sottovoce, o lo scopri dopo — è che per accedere a quel concorso devi avere alle spalle cinque anni di assunzione regolare in questo ruolo. Cinque anni.
Cinque anni di turni da novanta ore. Cinque anni di mille euro al mese. Cinque anni senza notti pagate, senza festivi riconosciuti, senza un sabato che sia tuo. Cinque anni a guardare i tuoi figli crescere da lontano, a litigare con tua moglie perché non ci sei mai, a non ricordare quando è stata l’ultima domenica normale.
Ti tengono in scacco. Lo sanno, e ti tengono in scacco.
Non so se questa lettera cambierà qualcosa. Probabilmente no. Probabilmente domani mattina salgo di nuovo sull’ambulanza, stretto nel mio part-time da trentaquattro ore che di ore ne fa settanta, e non dirò niente a nessuno.
Ma volevo che qualcuno sapesse.
Siamo tanti. Siamo tantissimi, e non ce la facciamo più.
— Un autista soccorritore. Uno dei tanti.
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