Non c'è un movente perché non c'è stato l'omicidio». Per la difesa la ricostruzione fornita oggi durante l'udienza che ha visto l'escussione del primo testimone della Procura, uno dei militari dell’Arma che ha coordinato l’intera attività investigativa, il maresciallo maggiore Marco Di Marco, fa emergere una linea chiara: «Non ci sono le impronte degli imputati sull'arma del delitto nè nel luogo del presunto omicidio. Quindi non ci sono prove che colleghino i due a quello che è successo».
A dirlo ai microfoni di Teleregione sono gli avvocati Marco Cerioni e Nazario Giuliani, che rappresentano rispettivamente Andrea Cardelli, 41enne di Corropoli, e Alessia Di Pancrazio, 26enne di Giulianova, in carcere dall’anno scorso con le pesanti accuse di omicidio aggravato dalla premeditazione per la morte di Martino Caldarelli, il 48enne dj di Isola che nell'aprile 2025 venne adescato sui social, accoltellato, colpito con una pala e buttato in un laghetto di Corropoli.
Presenti in aula anche i familiari, che si sono costituiti parte civile e sono rappresentati dall'avvocato Maurizio Cacaci, per quello che è un processo destinato a scalfire le cronache della provincia di Teramo.
Come ricostruito dall'autopsia, Martino Caldarelli è stato ucciso con quattro coltellate con quella letale che ha reciso la vena giugulare provocando una violenta emorragia, poi colpito in testa con una pala e infine buttato nel lago dopo essere stato legato a un tronco.
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